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11.09.2025

Letteratura a scuola, un docente: “Non può ridursi a un cimitero di date. Lo stesso programma per tutti serve a rassicurare”

Si torna ancora una volta sull’insegnamento della letteratura a scuola. Il docente di italiano e latino Marco Ricucci, ha fatto una riflessione critica, che ricalca quanto ha detto qualche mese fa. Ecco le sue parole:

Il problema della scuola

“Più di un adulto italiano su tre non riesce a capire un testo articolato. Non stiamo parlando di Kant o di Heidegger, ma di un brano come quelli che si leggono nei giornali o nei manuali scolastici. È un dato – quello dell’ultimo rapporto  internazionale sullo stato dell’istruzione nel mondo – che dovrebbe scuotere il Paese, perché non riguarda solo chi a scuola ci è andato poco e male: anche fra i laureati, il 16 per cento (uno su 6) dimostra scarse capacità di comprensione logico-linguistica. Un deficit che risale alla scuola. Le indagini internazionali come l’Ocse Pisa lo dicono chiaramente: troppi adolescenti italiani non distinguono un’informazione centrale da un dettaglio, non colgono l’intenzione di un autore, non riescono a seguire il filo logico di un discorso. In poche parole, faticano a leggere davvero. Anche il quadro offerto dalle prove Invalsi è impietoso. Il motivo? A scuola la comprensione del testo è data per scontata. Ci si rifugia nella liturgia rassicurante della storia della letteratura: un corteo infinito da Dante a Pascoli, con autori snocciolati come nomi da imparare a memoria, come se bastasse citarli per trasmettere cultura. 

Il problema è che la scuola italiana è disallineata dalla realtà. Si insegna la letteratura in modo nozionistico e storicistico, senza insegnare davvero a leggere e a capire. I docenti di italiano dovrebbero soprattutto trasmettere il piacere della lettura. Quanti studenti hanno letto a scuola, dall’inizio alla fine, un romanzo del Novecento? Quanti hanno scoperto che leggere può essere un’esperienza viva, e non solo un compito da svolgere? Tutti i docenti, per diretta esperienza di ogni giorno in aula, sanno che gli studenti fanno fatica a capire la consegna di un esercizio oppure la traccia di un tema, e devono ‘spiegare’ oralmente, in modo più semplice, che cosa gli studenti devono fare! E qui tocchiamo un punto decisivo: non capire un testo non è solo un problema scolastico, è un’emergenza democratica. Chi non sa leggere bene, chi non sa organizzare un pensiero, diventa un cittadino fragile, più esposto alle manipolazioni (e non mi riferisco solo a quelle degli influencer!), incapace di muoversi in una società complessa e contraddittoria. Meno competenze linguistiche significa meno libertà. 

A rendere il tutto più grottesco c’è il ‘perbenismo’ liceale. Tutti devono seguire lo stesso programma, come se la cronologia delle correnti letterarie fosse la misura dell’uguaglianza. Ma è un’illusione: non serve a includere, serve a tranquillizzare insegnanti e famiglie. È un falso egualitarismo che produce solo frustrazione. La via d’uscita è chiara: meno maratone di -ismi, più lavoro diretto sui testi. Non parafrasi stanche delle odi di Carducci, ma racconti, romanzi, articoli che parlino ai ragazzi. Carlo Levi per la marginalità sociale, Natalia Ginzburg per le relazioni, Calvino per il piacere dell’immaginazione. E i classici, certo, ma letti per porre domande, non per venerare schede di manuale. 

Non si tratta di abbassare l’asticella, ma di spostarla dove serve: nella capacità di capire, discutere, argomentare. La letteratura non può ridursi a un cimitero di date e correnti, deve tornare a essere un laboratorio di pensiero. Perché senza la capacità di leggere, comprendere e pensare, non c’è cittadinanza, non c’è partecipazione, non c’è democrazia. Continuare a ignorarlo, rifugiandosi nel culto sterile della tradizione o in un falso egualitarismo, equivale a scavare la fossa del nostro futuro”, ha concluso.

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