Dopo la “sortita” del ministro Valditara sulla necessità che i libri di testo siano “conformi” alle Indicazioni nazionali, il dibattito si è fatto sempre più vivace.
Del tema si è parlato a lungo anche durante la recente Assemblea nazionale del Movimento di Cooperazione che ha ha deciso di istituire anche un vero e proprio Osservatorio nazionale del libro di testo. Ne parliamo con Domenico Canciani, segretario nazionale del Movimento di Cooperazione Educativa, Giancarlo Cavinato, già insegnante e dirigente scolastico, e Nerina Vretenar, insegnante e ricercatrice.
Il Movimento di Cooperazione Educativa ha una lunga storia di critica al libro di testo unico. Se ne parlava già mezzo secolo fa e anche più. Come era come è nata questa posizione?
La nostra – spiega Canciani – non è mai stata una battaglia contro il libro in sé, ma contro l’idea del libro unico, inteso come manuale dogmatico che propone una sola visione del mondo. Fin dagli anni Sessanta e Settanta, esperienze come la “biblioteca di lavoro” di Mario Lodi hanno cercato di superare questa rigidità.
Noi crediamo nella pedagogia attiva: la conoscenza non si trasmette, si costruisce insieme, in modo cooperativo. Per questo è fondamentale avere strumenti diversi, non un unico testo che impone una verità.
Quindi la questione è strettamente legata allo sviluppo del pensiero critico?
Esattamente. Una didattica attiva richiede pluralità di fonti. Solo così gli studenti possono confrontare punti di vista diversi e sviluppare un pensiero autonomo.
Oggi però sembra esserci un ritorno a una visione più rigida. Cosa sta succedendo?
Negli ultimi anni – sottolinea Cavinato – abbiamo registrato una crescente perdita di consapevolezza su questi temi. Molti insegnanti e dirigenti considerano superata l’idea dell’alternativa al libro di testo, come se fosse una battaglia del passato.
Eppure i vantaggi pedagogici sono evidenti. Ne indico tre:
Il libro unico non permette nulla di tutto questo.
Oltre alla metodologia c’è anche un problema di contenuti nei libri di testo?
Sì, inevitabilmente, rllancia Canciani. Ogni libro è il prodotto di un autore e quindi presenta un punto di vista parziale.Negli anni abbiamo analizzato i manuali scolastici e abbiamo visto, ad esempio, come le altre culture venissero rappresentate in modo stereotipato o inferiore, ignorando fenomeni come colonialismo e schiavitù.Oggi rischiamo una visione ancora molto centrata sull’Occidente, semplificata e poco critica.
Ecco spiegati i motivi dell’Osservatorio.
L’osservatorio analizza i libri di testo per individuare non solo ciò che dicono, ma soprattutto ciò che omettono. È un lavoro fondamentale per capire che tipo di visione del mondo viene trasmessa agli studenti.
Cosa emerge da queste prime analisi?
Emergono molte omissioni significative, spiega Cavinato. Gli insegnanti spesso restano sorpresi quando le scoprono.
Nei libri troviamo semplificazioni e perfino errori banali, ma soprattutto mancano interi pezzi di realtà. Per esempio, alcune rappresentazioni storiche sono ridotte a narrazioni lineari e semplificate, senza complessità né conflitti.
Nerina Vretenar si sta occupando in particolare di come i libri trattano la storia, ma anche le diversità, quelle etniche in particolare.
Cosa state osservando?
Stiamo constatando come la narrazione storica privilegi alcuni eventi e ne ignori altri.
Per esempio, si parla poco dell’emigrazione italiana e delle condizioni difficili che l’hanno causata. Si trascurano aspetti fondamentali come il colonialismo italiano, il razzismo o le condizioni di vita delle persone comuni.
Quindi i libri offrono una visione incompleta del passato?Sì, perché mettono in luce solo alcuni eventi e ignorano altri, spesso molto rilevanti.
Anche il Risorgimento, per esempio, viene raccontato come una sequenza di imprese eroiche, senza considerare i diversi punti di vista, come quello delle popolazioni del Sud che vissero quell’epoca in modo molto diverso.
Perché è così importante includere questi aspetti?
Perché sono proprio le differenze di prospettiva e i conflitti che aiutano a sviluppare il pensiero critico.Se la storia viene presentata come un percorso lineare e senza contraddizioni, gli studenti non imparano a porsi domande né a interpretare la complessità del presente.
Esistono buoni libri di testo? Avete trovato libri che rispondono a queste esigenze?
Siamo ancora all’inizio della ricerca, ma la nostra idea è chiara: non esiste un libro di testo che possa fare tutto questo da solo.
Serve una pluralità di materiali, come avveniva nella “biblioteca di lavoro”, che permetta agli studenti di confrontare fonti diverse e costruire conoscenza in modo attivo.
Quindi la soluzione non è migliorare il libro di testo, ma superarne l’uso esclusivo?
Esattamente, conclude Vretenar. Il libro di testo da solo dà risposte a domande che spesso nessuno ha fatto.
L’obiettivo, invece, è partire dalle domande degli studenti e fornire strumenti diversi per cercare le risposte.