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Libri di testo, quei contenuti sempre molto “vicini” a chi governa

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Da sempre i libri di testo cambiano i loro contenuti, soprattutto l’interpretazione della storia, in base al tipo di Governo. Ebbene, nel 2012 è ancora così. Basta andare a vedere cosa è accaduto nelle scuole libiche a seguito della caduta del regime quarantennale di Muammar Gheddafi: i manuali di storia della Libia includeranno nuovi capitoli, in particolare quelli sulla rivoluzione che ha posto fine alla dittatura. Negli stessi testi spariranno invece gli insegnamenti dei rais. A farlo sapere è stato il ministro dell’Educazione libico lo scorso 7 gennaio, primo giorno di scuola per più di un milione di studenti libici, dopo mesi di sospensione dei corsi a causa del conflitto (che tra i danneggiamenti provocati non ha risparmiato molte scuole).
Sotto Gheddafi “la storia della Libia è stata in molti casi riscritta”, ha spiegato Suleiman Ali al Saheli, nel corso di una trasferta in una scuola di Tripoli. “I nostri figli – ha precisato – studieranno tutti il conflitto, anche i dettagli della morte di Gheddafi”.
Ma non finisce qui, perché tra i primi provvedimenti eseguito dal comitato del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) al potere c’è stato quello di sopprimere il “Libro verde”, una compilazione di aforismi e di principi politici redatti da Gheddafi. “Gli insegnamenti politici di Gheddafi, le lezioni militari e lo studio della ‘Jamahiriya’ (che il colonnello definiva come uno “Stato delle masse” che governava attraverso comitati popolari eletti) sono stati eliminati dal nuovo programma”, ha aggiunto Saheli.
Nelle stesse ore in cui diventava pubblica la notizia del rinnovo dei libri scolastici della Libia, dall’altra parte del mondo, in Cile, provenivano indicazioni non proprio dello stesso tenore: il Consiglio Nazionale per la Pubblica istruzione ha deciso, suscitando notevoli polemiche anche in Parlamento, che i libri di testo cileni per riferirsi alla giunta presieduta dal generale Augusto Pinochet, al potere dopo il golpe del 1973, sostituiranno l’espressione “dittatura” con quella di “regime militare”. Tra i primi a criticare il provvedimento è stato l’ex presidente socialista Eduardo Frei, il quale ha sottolineato come “le dittature sono tali e non hanno alcun cognome: potranno cercare di cambiare il nome, ma non solo nell’immaginario collettivo ma nella realtà cilena e internazionale il Paese ha vissuto un’obbrobriosa dittatura e nessuno può alterare questo fatto”.
A dirsi favorevoli verso l’abolizione del termine “dittatura” sono stati invece i deputati della destra attualmente al potere: “il fatto che si parli di dittatura – ha dichiarato il deputato dell’ultraconservatore Unione Democratica Indipendente Ivan Moreira – significa voler stigmatizzare un governo che cedette democraticamente il potere, cosa che non è accaduta in alcuna dittatura nel mondo”.
Cosa dire: un cantautore italiano ha scritto, in una delle sue canzoni più fortunate, che “la storia siamo noi”. Noi, ma anche chi prende le decisioni per noi. I quali non possono cambiare di certo il corso dei fatti e delle cronache della vita. Ma fanno sempre del tutto per interpretarli a loro favore. Per spostare il pensiero di un’opinione pubblica che però fortunatamente, grazie in primis alle nuove tecnologie (laddove non arriva la censura), non è più quella acritica e rassegnata di appena qualche decennio fa.