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Linee guida, quello che non va: ‘Quota 96’ spariti dai radar, troppo potere ai ds e addio scatti d’anzianità

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Continua il percorso di approfondimento della ‘Tecnica della Scuola’ sulle linee guida proposte dal Governo e da poche ore presentate alla cittadinanza, attraverso il percorso di consultazione nazionale, per coglierne opinioni e umori. Dei possibili sviluppi e dei rischi insiti nel progetto di riforma del settore, abbiamo parlato con Fabrizio Bocchino, senatore del Gruppo Misto Italia Lavori In Corso (ILIC) e vicepresidente della 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) di Palazzo Madama.

 

Senatore Bocchino, cosa pensa della riforma sulla Scuola che il Governo Renzi ha appena sottoposto al giudizio di cittadini, studenti, genitori e addetti ai lavori?
Non siamo di fronte a una riforma della scuola, perché manca un intervento sistemico sul settore. Il presidente del Consiglio, da questo punto di vista, è stato astuto, preferendo la formula delle ‘linee guida’. Forse, chissà, proprio perché in passato la parola riforma non ha portato molta fortuna.
Fatta questa premessa, nel piano Renzi-Giannini ci sono interventi dovuti, quali l’assunzione dei precari, a fronte dei circa 60 mila posti vacanti e disponibili, ma non mancano le lacune. A cominciare dai ‘Quota 96’, al momento spariti dai radar. Così come non c’è traccia dei docenti di seconda fascia (delle graduatorie d’istituto n.d.r.) per i quali ‘La buona Scuola’ non prevede alcun concorso ad hoc. Grandi assenti, poi, sono i provvedimenti sul diritto allo studio. Mentre l’implementazione del potere dei dirigenti scolastici, così come concepita, è sbagliata. 

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A tal proposito, le linee guida contengono un incremento dell’area di competenze in mano ai dirigenti scolastici: più di qualcuno teme che si tratta dell’anticamera della chiamata diretta. Che ne pensa?
Il rischio c’è e dobbiamo tenere alta la guardia. Sono del parere che una forma di autonomia debba essere data ai dirigenti scolastici. Ma a fronte di un processo valutativo serio. Insomma, l’autonomia deve essere responsabile. Proprio quello del reclutamento potrebbe rivelarsi un aspetto pericoloso: il dirigente, infatti, alla fine del tirocinio di un aspirante docente, decide in solitaria la sua eventuale immissione nel sistema nazionale dell’istruzione. Ed è proprio questo il nodo da sciogliere. La decisione non può rimanere in capo solo al singolo dirigente, ma va ampliata. Per esempio all’università in cui l’insegnante si è formato.

Sulla riforma del reclutamento, quale sarebbe il modello da intraprendere?
L’intero processo va rivisto a partire dalla formazione universitaria e fino all’immissione in ruolo. Anche perché la proposta Renzi, così com’è, finirebbe per generare sacche di precariato. Con il concorso ex post, in caso di mancato superamento delle prove, gli aspiranti insegnanti si ritroverebbero in una situazione problematica, vanificando gli anni investiti nella loro formazione.
Ecco perché noi, come Italia Lavori In Corso, proponiamo un concorso a numero programmato, che dia accesso alla laurea abilitante biennale dopo il triennio e contempli un anno di tirocinio aggiuntivo. Alla fine del percorso, quindi, il docente sarebbe immesso in ruolo, previa conferma da parte della scuola di appartenenza. Ma anche dell’università frequentata.

Ma lei crede che con l’assunzione di 150mila docenti precari e l’introduzione dell’organico funzionale, si potrà davvero fare a meno dei supplenti ‘brevi’?
Sì. A patto che si organizzino bene le reti di scuole e i team di docenti. Insomma, l’obiettivo si può raggiungere solo se si punta a un’appropriata ottimizzazione delle risorse.

L’ultima domanda riguarda gli stipendi dei docenti: lo sa che i neo assunti vincitori di concorso, senza servizio alle spalle, guadagnano poco più di 1.200 euro al mese per diversi anni?
Gli insegnanti italiani rimangono i meno pagati rispetto ai colleghi del resto d’Europa. È un problema antico che mortifica la dignità di chi esercita questa professione e sul quale bisognerebbe intervenire con convinzione. Ma a quanto pare il tema non è all’ordine del giorno. Come dimostrano i contratti bloccati da anni e l’ulteriore doccia fredda dell’abolizione degli scatti d’anzianità del piano targato Renzi-Gelmini. Ben venga il merito degli insegnanti, ma non dimentichiamo che gli scatti sono una compensazione della mancanza di progressione di carriera dei docenti che, nell’attuale cornice normativa, non può essere abolita con un colpo di spugna.