In un momento storico in cui i dati sul disagio psicologico adolescenziale e sull’abbandono scolastico (EDO) continuano a registrare numeri allarmanti, l’esperienza del progetto “Anno Unico” propone un modello urgente e concreto per ripensare la funzione stessa della scuola come comunità di cura e orientamento. La crisi educativa, amplificata dalle pressioni sociali e digitali post-pandemiche, richiede oggi una risposta che vada oltre la didattica, sfidando l’obbligo formale con l’obiettivo della competenza esistenziale.
Del tema si è parlato a Roma il 22 ottobre 2025 in occasione di un convegno svoltosi presso la sede del Centro Studi C. e M. Pontecorvo. L’incontro verteva in particolare sulla questione “L’obbligo che non c’è… Riflessioni e spunti per rilanciare il tema dell’obbligo scolastico”.
La presentazione di Davide Fant, pedagogista della Fondazione Daimon e responsabile del progetto “Anno Unico: la scuola per chi non va a scuola”, non si è limitata a denunciare l’abbandono precoce, ma ha proposto una via di rinnovamento metodologico e istituzionale dirompente, essenziale per docenti e dirigenti.
L’analisi di Fant parte da un’accusa diretta al modello scolastico attuale, percepito dagli adolescenti come un’arena di competizione tossica, dove prevale la dinamica del “TUTTI CONTRO TUTTI”. Sotto la pressione di una società ossessionata dalla performance e dalla “Cura ossessiva della propria immagine sociale”, i giovani interiorizzano il mantra “Non Essere Mai Abbastanza”; ciò amplifica il senso di fallimento e l’autodifesa emotiva che si manifesta nel drop-out. Questo stato di crisi, un “crollo” interiore descritto da Fant come uno stato di “Calma mortale” esteriore, rende l’istruzione tradizionale irrilevante di fronte al grido degli studenti – “CARI PROF DOMANDATEVI COME STIAMO. SPOILER: TANTI DI NOI MALE”. La scuola, secondo Fant, non può più esimersi dal farsi carico delle domande esistenziali sul dolore, la libertà e il futuro, che affronta attraverso l’uso audace di archetipi e narrazioni giovanili, come quelle tratte da anime o dalla filosofia.
In risposta a questo scenario, “Anno Unico” si configura come una “oasi dove respirare” che riabilita il “valore dell’ATTESA ATTIVA”. La pedagogia della pausa concede allo studente il diritto di “FERMARSI” e persino di “sperperare” tempo, rovesciando la logica utilitaristica che schiaccia la crescita in obiettivi immediati. Questo tempo, lungi dall’essere passivo, è strutturato per generare l’attesa attiva, necessaria per l’autentico orientamento e per permettere allo studente di percepirsi “di più fuori dalle logiche utilitaristiche”.
La metodologia è il cuore pulsante del progetto. Fant propone una vera e propria “alchimia” relazionale basata sulla creazione di “piccoli gruppi di affinità” in cui l’adulto-educatore entra in “profonda risonanza” con i ragazzi, bilanciando il “Lavoro individuale in parallelo a quello gruppale”. Un elemento cruciale per i dirigenti è che l’adulto in “Anno Unico” è chiamato a “mettere in gioco le proprie vulnerabilità”; solo abbassando l’armatura dell’autorità si può ricostruire la fiducia. L’apprendimento diventa concreto e decentrato, abbandonando l’aula per il laboratorio e l’ambiente esterno (Outdoor Education). L’obiettivo terapeutico ed educativo, riassunto nel concetto di “decentrarsi. Come cura”, si realizza quando i ragazzi sono investiti di responsabilità, come nel caso dell’“Un-peer education” o nelle attività pratiche, che li sposta dal ruolo di “falliti” a quello di attori attivi nella comunità.
La conclusione dell’analisi di Fant converge con la necessità di una riforma sistemica dell’obbligo scolastico, sintetizzata nella proposta di una Certificazione Obbligatoria di Base delle Competenze (COB) entro i 16 anni. La COB sostituirebbe l’attestazione di frequenza con una certificazione significativa, composta da una prova standardizzata e da una valutazione dei crediti interni (linguistici, matematici e civici), per attestare un livello minimo di competenze per la Cittadinanza Attiva e Professionale. Questo modello rivoluziona la responsabilità istituzionale: le scuole sarebbero vincolate a garantire il raggiungimento del livello COB per ogni studente. Il mancato conseguimento attiverebbe un obbligo istituzionale per la scuola di fornire percorsi di recupero individualizzati, trasformando l’obbligo da formale a sostanziale. “Anno Unico” è quindi il modello di successo che mostra come l’istruzione possa tornare ad essere un’effettiva opportunità di emancipazione per tutti.