Dieci anni. È il tempo che è stato necessario per arrivare alla sentenza del processo di primo grado che lo scorso mese di marzo ha condannato a tre anni di reclusione, per maltrattamenti, una maestra di Tuglie, in provincia di Lecce. Nella scuola dell’infanzia in cui lavorava, pare fosse solita urlare, minacciare i bambini e anche picchiarli.
In queste settimane, come riporta il quotidiano La Repubblica, sono state rese note le motivazioni della sentenza, nelle quali si legge che urla e minacce sono violenza psicologica grave se rivolte a bambini di tre-cinque anni: “le condotte – si legge nelle motivazioni – risultavano totalmente incompatibili con il ruolo educativo e, benché i singoli gesti potrebbero apparire lievi se rivolti ad adulti o bambini più grandi, riferiti a bambini tra i 3 e i 5 anni assumono indubbia natura maltrattante. Per loro, anche urla e minacce possono costituire una forma di violenza psicologica grave”.
La giudice monocratica ha riconosciuto che “il maltrattamento non si verifica solo quando un bambino è direttamente colpito, ma anche quando vive in un ambiente costantemente ostile”. E in classe, così come ricostruito dagli inquirenti tra il 16 dicembre 2014 e il 14 gennaio 2015, i bambini erano costantemente umiliati, presi a schiaffi e insultati con epiteti volgari e irripetibili.
Gli effetti sarebbero stati sconvolgenti per i bambini che avrebbero manifestato cambiamenti nei comportamenti e nell’umore, dando segnali di evidente disagio. “Le condotte – scrive la giudice di primo grado – pur singolarmente istantanee, erano reiterate, abituali e idonee a provocare comprovati danni psicologici e turbamenti nei minori (paure, incubi, minzione involontaria, rifiuto della scuola). Un uso sistematico della violenza che oltrepassa l’abuso dei mezzi di correzione e integra il più grave delitto di maltrattamenti.
Lo choc lo avrebbero subito anche gli altri bambini non direttamente vittime delle urla e minacce, poiché – continua la giudice – “il semplice fatto di assistere alle violenze e ai comportamenti inappropriati della maestra ha prodotto un danno anche nei loro confronti, trasformando un luogo che dovrebbe essere sicuro e educativo in un ambiente emotivamente nocivo”.
La sentenza ribadisce – si legge alla fine delle motivazioni – che “il ruolo dell’insegnante è incompatibile con qualsiasi forma di violenza e che la reiterazione di condotte aggressive, anche se di breve durata, può costituire maltrattamento quando crea un clima di paura e sofferenza nei minori”.
Occorre ricordare che anche la Corte di Cassazione, con la recente sentenza del 2 settembre 2025, n. 30123, ha confermato la condanna di due insegnanti di scuola dell’infanzia per maltrattamenti aggravati ai danni degli alunni. I giudici hanno respinto la richiesta delle insegnanti di derubricare la loro condotta a semplice “abuso dei mezzi di correzione” , confermando che nel caso in esame sussistono tutti gli elementi integranti il reato di maltrattamenti: l’abitualità dei comportamenti e l’aver generato uno stato di sofferenza e umiliazione nei bambini attraverso un clima vessatorio generale. Una conclusione, si legge in sentenza, resa “vieppiù evidente” dal fatto che le vittime erano bambini in età prescolare, quindi estremamente vulnerabili.
Il punto più innovativo della sentenza riguarda il riconoscimento della cosiddetta “violenza assistita”, in quanto la Suprema Corte ha accolto il ricorso dei genitori di una bambina che, pur non essendo stata vittima diretta di violenze fisiche, era stata costretta ad assistere quotidianamente ai comportamenti illeciti delle maestre nei confronti dei suoi compagni. Secondo i giudici, essere testimoni di tali atti è di per sé una fonte di danno. La violenza assistita, infatti, produce conseguenze psicologiche rilevanti, creando un clima di costante sopraffazione e disagio che compromette il sereno sviluppo del bambino.