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Aggiornato il 24.11.2025
alle 17:24

Manovra 2026, non aumenta gli stipendi e manda in pensione dopo. Sindacati infuriati ma divisi: sciopero venerdì 28 (comitati base) e 12 dicembre (Cgil)

La Legge di Bilancio del 2026 non piace ai sindacati: non piacciono, ad esempio, i mancati investimenti per i lavoratori, gli allungamenti dal 2028 di tre mesi per andare in pensione, gli aumenti dei contratti ancora fortemente inferiori all’inflazione, la “stretta”, nella scuola, delle supplenze fino a dieci giorni.

Ma le modalità di protesta risultano diversificate e senza un filo conduttore che le accomuni. Anzi, stiamo assistendo ad uno “spezzettamento” di contestazioni che potrebbero, come accaduto in passato, produrre una dispersione delle adesioni e quindi un depotenziamento della protesta (fornendo al Governo un assist non indifferente nel tirare le somme).

Per quel che riguarda la Scuola, qualche giorno fa i cinque sindacati che hanno posto la firma sull’ipotesi di Contratto nazionale di lavoro 2022/24 proposta dall’Aran – Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals, Gilda e Aniefsi sono riuniti per qualche ora a Piazza Vidoni, a Roma, perché, hanno spiegato, “la Finanziaria non sta dando assolutamente importanza alla scuola” e servono risorse ulteriori per valorizzare il settore i suoi lavoratori.

Nel frattempo, è confermato lo sciopero generale proclamato dai Cobas e da tutto il sindacalismo di base – tra gli altri da Usb, Cub, Unicobas e Ssb – previsto per venerdì prossimo, il 28 novembre.

Mentre il giorno dopo, sabato 29 novembre, scenderà in piazza a Roma la Uil, sempre per chiedere correttivi alla Legge di Bilancio 2026.

Proprio i Cobas non nascondo il rammarico per uno “sciopero unitario non è stato ascoltato”, soprattutto dopo lo sciopero allargato del 3 ottobre scorso (contro il genocidio in Palestina), quando anche grazie all’apporto dei sindacati furono portate in piazza almeno due milioni di manifestanti.

Procedendo singolarmente, scrivono con vena polemica i Cobas, la Cgil “ha diviso colpevolmente quello che lo sciopero del 3 ottobre aveva unito: doveva essere evidente che per lo sciopero generale contro la Finanziaria del governo Meloni – con al centro le tematiche del lavoro, dei servizi pubblici e sociali, del salario, del precariato, delle pensioni, della scuola, della sanità oltre alla difesa del popolo palestinese e il rifiuto di finanziamenti per le armi – non si dovesse retrocedere da quella unità”.

Il rammarico dei Cobas è per la decisione della Cgil di avere proclamato lo sciopero per venerdì 12 dicembre. Una scelta, quella di fermare le attività lavorative di venerdì, che non è piaciuta (e non lo ha nascosto) nemmeo alla premier Giorgia Meloni, come pure a diversi ministri del suo Governo, come Matteo Salvini e Antonio Tajani, che hanno associato lo stop nell’ultimo giorno della settimana lavorativa con la volontà più o meno sottesa di garantirsi un week end lungo.

Il sindacato guidato da Maurizio Landini non ha però fatto una piega: vi sono tutte le condizioni per dire noi ai mancati investimenti pubblici, alla mancanza di risorse per risollevare i salari dei lavoratori pubblici, scuola in testa, e per stabilizzare una volta per tutte i precari, che sempre nella scuola raggiungono percentuali record (attorno al 20-25 per cento).

Intanto, il Governo procede con l’approvazione della Legge di Bilancio: degli oltre 5.700 emendamenti, entro pochi giorni ne rimarranno in vista poco più di 400. E da quanto trapela dalle commissioni del Senato che si stanno occupando delle richieste di modifica del testo della Manovra 2026, oltre che dal Mef che per prassi deve dare il consenso solo dopo avere verificato le coperture economiche, sembra che saranno pochissimi gli emendamenti non prodotti dalla maggioranza di governo che avranno la possibilità di arrivare in Aula per “meritare” il via libera definitivo.

Una tendenza che, se confermata, la dice lunga sulle possibilità che la Legge di Bilancio 2026 possa recepire le istanze dell’opposizione politica e dei sindacati (pure divisi nella protesta).

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