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Maria Grazia Cutuli, Mattarella: “giornalista di valore che non trascurava mai la condizione femminile”

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Sono passati vent’anni dal giorno dell’agguato in cui venne uccisa Maria Grazia Cutuli, 39 anni, inviata del Corriere della Sera. Da allora, le indagini hanno cercato, faticosamente, di arrivare ad una verità per individuare gli autori dell’agguato. Oggi anche Sergio Mattarella dedica le sue parole.

Il ricordo del capo dello Stato, Sergio Mattarella

“Le recenti, dolorose vicende dell’Afghanistan ci hanno riportato alla mente e nel cuore il sacrificio di Maria Grazia Cutuli, il suo senso di giustizia, il suo credo nella libertà e nell’indipendenza dell’informazione. Il nostro Paese ha dato tanto per aiutare la crescita e per stabilizzare l’Afghanistan: quanto è stato fatto e testimoniato non andrà perso ma resterà come punto di ripartenza per un impegno di civiltà”. Sono le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un passaggio della sua dichiarazione con la quale ha ricordato la giornalista Maria Grazia Cutuli.

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“È sempre vivo in noi il ricordo di Maria Grazia Cutuli – prosegue Mattarella. Era una giovane donna coraggiosa, una giornalista di valore, con grande passione civile e carica umana. Lo testimoniano i suoi numerosi articoli dai luoghi delle guerre e delle grandi crisi umanitarie. Ne sono prova le stesse corrispondenze dall’Afghanistan per il Corriere della Sera, il suo giornale, fino all’ultima, scritta il giorno prima dell’assassinio, in cui riferì la scoperta di tracce di gas nervino in una base abbandonata da Al Qaeda. Maria Grazia Cutuli aveva attenzione per le parti più deboli della società e il suo sguardo non trascurava mai la condizione femminile. Quando già aveva iniziato l’attività giornalistica, collaborando con quotidiani e periodici, decise di partire come volontaria per il Ruanda con l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani. Anche questo suo patrimonio aveva portato alla sua professione”.

“Maria Grazia Cutuli – conclude il capo dello Stato –  è un simbolo del giornalismo, in una stagione in cui tanti cronisti sono minacciati e la libertà stessa deve affrontare vecchie e nuove barriere. Senza un giornalismo libero, capace di osservare e narrare la realtà in cambiamento, senza un giornalismo che cerchi le verità senza pregiudizi, dando voce in questo modo al pluralismo vitale nelle società, saremmo tutti più poveri e meno liberi”.

L’agguato e le indagini degli imputati

Il 19 novembre del 2001 un convoglio di auto con a bordo giornalisti che viaggiava sulla strada che da Jalalabad porta a Kabul venne affiancato da uomini armati. Insieme alla giornalista siciliana persero la vita anche l’inviato di El Mundo Julio Fuentes e due corrispondenti dell’agenzia Reuters, l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari.

Questi attentati erano vere e proprie azioni di guerriglia, volutamente dirette ed indirizzate solo a giornalisti stranieri che, secondo l’opinione di quei gruppi di talebani “miravano a strumentalizzare i mezzi di informazione per convincere l’opinione pubblica occidentale che l’Afghanistan era assolutamente ingovernabile da parte di quelle forze di occupazione i cui Governi, invece, dichiaravano il contrario”.

Per quanto riguarda le indagini, sono stati due i procedimenti svolti a piazzale Clodio, il primo si concluse con l’assoluzione di Jan Mar perché non fu possibile arrivare alla certezza della sua identificazione. In precedenza, per insufficienza di prove, furono assolti Fedai Mohammed Taher e Jan Miwa. Un ultimo imputato, Reaza Khan, fu arrestato e processato nel 2007 a Kabul e fu successivamente giustiziato in Patria.

A questi si aggiunsero altre due condanne: il 29 novembre del 2017 la corte d’Assise della Capitale ha condannato a 24 anni e al risarcimento danni ai familiari della giornalista (di 250 mila euro) due cittadini afghani ritenuti appartenenti al commando di killer: Mamur e Zar Jan. Inoltre, la Procura aveva sollecitato una condanna a 30 anni oltre che per il reato di omicidio volontario anche per rapina (si riferiva al furto di una radio, un computer e di una macchina fotografica appartenuti alla Cutuli). A distanza di un anno, la sentenza venne confermata anche in appello.