Qualche giorno fa sui social non si è parlato di altro: Matteo Giunta, marito della campionessa di nuoto Federica Pellegrini, si è sfogato su Instagram prendendosela con i genitori che mandano i figli a scuola nonostante la febbre.
Giunta e Pellegrini aspettano la secondogenita, e sono genitori di una bambina di tre anni che ha avuto, in queste settimane, problemi di salute: di recente è stata ricoverata per complicazioni respiratorie dopo un nuovo episodio di convulsioni febbrili.
Il preparatore atletico, a Il Corriere della Sera, ha spiegato con più calma il concetto che voleva veicolare. “Quando ho postato quella frase ero esasperato. Mia figlia è stata ricoverata due volte in una settimana. E non sono riuscito più a trattenermi. Mi hanno scritto tante educatrici e maestre. Non per criticarmi, ma per ringraziarmi. Perché questo è un problema che conoscono benissimo. E che si portano dietro da sempre: bambini lasciati a scuola anche con la febbre o con altri sintomi, senza alcun controllo medico. E chi paga? Gli altri bambini, le famiglie, le insegnanti”.
“Voglio essere chiaro: capisco perfettamente che ci siano famiglie in difficoltà, che non possono assentarsi dal lavoro quando un figlio si ammala. Ma quelle stesse famiglie dovrebbero pensare che ci sono altri genitori nella loro stessa situazione. Che magari non hanno alternative nemmeno loro. E che si ritrovano il figlio a casa con 40 di febbre per una decisione altrui. Se viviamo in una comunità, dobbiamo comportarci di conseguenza. E invece spesso prevale l’egoismo”, ha spiegato.
“Dal Covid non abbiamo imparato nulla. Oggi in molti asili, se il bambino non ha più di 38 di febbre, resta in classe con gli altri. Non serve nemmeno più il certificato medico per rientrare. Le maestre del nido che frequenta mia figlia me l’hanno scritto: sono allo stremo. Perché devono accogliere tutti, anche chi dovrebbe restare a casa. E il rischio di contagio lo pagano tutti: loro, le famiglie, i nonni a casa, le persone con patologie e i bambini più fragili”.
“Mi rivolgo a quei genitori che mandano i propri figli febbricitanti all’asilo. Siete degli irresponsabili pezzi di m****”. La moglie, Pellegrini, ha sottoscritto la frase del marito. Giunta ha poi aggiunto: “Quello che per molti è solo ‘febbre’ per altri può significare sintomi gravi, complicazioni, ospedale. Non tutti i bambini reagiscono allo stesso modo alle malattie”.
“Essere responsabili significa pensare anche agli altri; agli altri bambini, alle loro famiglie, agli operatori che lavorano all’asilo ogni giorno a stretto contatto con loro. La civiltà sta anche qui: con la febbre si resta a casa. Per rispetto. Per responsabilità. Per la salute di tutti. Chi non lo capisce, ignora consapevolmente la salute degli altri. Ed è parte del problema”, ha concluso.
Ecco l’opinione, fornita a Il Corriere della Sera, di Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria: “Capisco le difficoltà dell’organizzazione famigliare, i genitori fanno i salti mortali e spesso non possono contare sul supporto dei nonni. Ma un bambino che non sta bene non si manda a scuola nemmeno se non ha la febbre. Rientrare in classe, quando non è ancora guarito completamente, vuol dire esporlo al rischio di ammalarsi di nuovo perché qualunque malattia, soprattutto le forme virali e influenzali di questa stagione, ha la caratteristica di deprimere la capacità di difesa”, ha chiarito.
C’è poi l’aspetto del contagio dei compagni. “Molte di queste malattie sono già in una fase di trasmissione da uno all’altro durante il periodo dell’incubazione, che comincia un paio di giorni prima della comparsa della febbre o di altri sintomi”.
“In generale, il consiglio è quello di stare a casa almeno un giorno senza febbre. Dalla mia esperienza posso dire che i genitori sono quelli che conoscono meglio i loro figli: quando vedono che è tornato il solito bambino di sempre significa che è completamente guarito”, spiega il pediatra.