Qualche giorno fa il docente e scrittore Enrico Galiano ha fatto una riflessione sulla valutazione, i voti a scuola e il fatto che a suo avviso la media aritmetica dei voti in pagella non ha senso. Il suo video ha scatenato molti commenti e lui ha deciso di ribadire alcuni punti.
Ecco il suo articolo integrale pubblicato su Il Libraio in cui risponde alle obiezioni che gli sono arrivate dopo la pubblicazione del video.
“No. La media non è democratica. È impersonale. Sono due cose diverse.
Tratta allo stesso modo voti che nascono in momenti, condizioni, livelli di consapevolezza completamente diversi. E lo fa perché è comoda: una scorciatoia travestita da rigore.
Ma l’aritmetica non basta a raccontare l’apprendimento. Perché l’apprendimento non è lineare, non è costante, non è equo. È umano. Ed è fatto anche di inciampi, slanci, svolte improvvise.
E certo, lo so. Come ogni verifica è diversa. Ogni classe è diversa.
Ma allora la media aritmetica tra argomenti scollegati ha ancora meno senso. Perché sommare voti su contenuti diversi non restituisce una fotografia reale dello studente, ma solo un calcolo freddo e uniforme.
E non tutte le conoscenze hanno lo stesso peso: mica il salumiere assegna lo stesso prezzo al crudo di San Daniele e alla mortadella, no?
Se fai la media aritmetica, stai dicendo che il crudo di San Daniele vale come la mortadella. È comodo e veloce. Ma è scorretto.
Mi spiace ma: no.
Il registro suggerisce. Ma la responsabilità finale è dell’insegnante. E ogni voto può (e deve) essere motivato, anche se diverso dalla media aritmetica. La scuola non è burocrazia: è discernimento.
In realtà anche lì si sviluppano competenze trasversali: logica, problem solving, metodo. Se uno studente sbaglia in geometria ma eccelle in statistica, valuti la media o valuti la capacità complessiva di pensare matematicamente?
Lì la prima cosa da fare è farsi due domande, come per esempio: perché è successo? È stata solo una sua mancanza o qualcosa si poteva migliorare nella didattica?
Dopodiché, è ovvio che bisogna tenerne conto: ma se da un 4 si arriva a un 9, vuol dire che qualcosa è successo. E sarebbe gravissimo ignorarlo solo per restare fedeli a una media.
Se hai dichiarato che valuterai anche l’impegno, devi tenerne conto. Chi si è impegnato costantemente ha diritto a un riconoscimento. Ma questo non significa che chi è migliorato debba essere “frenato” per pareggiare i conti. Non è una gara tra studenti: è una corsa contro sé stessi.
Prima di mettere una qualsiasi valutazione, non puoi eludere una domanda: cosa sto valutando davvero?
Perché se sto valutando l’apprendimento, allora devo chiedermi: quel voto racconta davvero dove è arrivato lo studente? O è solo la somma dei suoi inciampi?
Nel 1982 l’Italia ai Mondiali di Spagna ha fatto un girone di qualificazione pessimo, qualificandosi dopo molte difficoltà. Ma poi qualcosa è successo, e quel Mondiale lo abbiamo vinto con partite epiche e momenti che sono entrati anche nei libri di storia. Se dovessi dare un voto a quell’Italia, cosa le daresti? 10 alla fase finale e 4 a quella iniziale, quindi 7? Ma seriamente?
Allo stesso modo, se do 6,5 a uno che oggi vale 9, solo perché all’inizio ha fatto fatica… allora sto commettendo un’ingiustizia. E la sto mascherando da oggettività.
Valutare non è punire. Non è archiviare. Non è sommare.
È osservare, capire, scegliere. È dire con un numero non da dove sei partito, ma dove sei riuscito ad arrivare.
E soprattutto: valutare è un atto educativo.
Un voto può spegnere. O può accendere. Dipende da cosa scegli di misurare: le tue certezze, o il suo cambiamento?”.