Home Ordinamento scolastico Mense scolastiche caos: tariffe, panini e insetti nel piatto

Mense scolastiche caos: tariffe, panini e insetti nel piatto

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«Il mondo della refezione scolastica in Italia è un dedalo di regole e tariffe», racconta la  coordinatrice del settore scuola di Cittadinanzattiva.

 Dopo la vittoria in Corte d’appello di 58 famiglie di Torino, che si sono viste riconosciute la legittimità di portare il pranzo da casa, secondo il ragionamento: il  figlio è mio e gli cucino io, un’ordinanza ha esteso questo diritto a tutti i refettori comunali.

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Tuttavia, raccontano i genitori, in alcune scuole ai bambini che portano il pasto da casa non viene permesso di usare l’acqua della mensa né di gettare i rifiuti nei bidoni del refettorio, cosicchè si sta aprendo un’altra contenzioso che vedrà ancora una volta protagonista la Cassazione.

A Milano intanto, pubblica Linkiesta.it, alcuni bambini hanno portato il pranzo da casa, ma sono rimasti esclusi dalla mensa, provocando le polemiche dei genitori. Lo stesso è successo a Genova, finendo pure qui nelle aule di tribunale, dove è stato riconosciuto il diritto di poter consumare il pasto domestico a scuola. Pure a Venezia, dopo diversi scioperi contro l’aumento die buoni pasto, molti genitori hanno chiesto di poter portare il pasto da casa.

E la lotta è arrivata pure a Napoli dove, dopo il ritrovamento di un coleottero nel piatto di un bambino, i genitori della quinta municipalità hanno annunciato un ricorso sul modello Torino.

«Ha ancora senso sperare in una mensa di qualità?», lamenta un gruppo Facebook. «Io penso che finché non c’è concorrenza per la ditta che vince l’appalto non c’è speranza che migliori la qualità… e la concorrenza dobbiamo essere noi mamme con il pasto da casa!».

Intanto, dopo la vittoria in tribunale, la “battaglia del panino” al comune di Torino è già costata tre milioni nei primi tre mesi di scuola, con la rinuncia alla mensa di circa 4.500 dei 30mila bambini iscritti.

«Il ministero dell’Istruzione da tempo ha promesso la stesura delle linee guida per le mense scolastiche, da inserire nel prossimo decreto ristorazione, che però al momento è in stand by», viene spiegato, mentre l’ex ministra aveva detto che sarebbero state imminenti.

Ora Valeria Fedeli ha assicurato che ci sta lavorando

La refezione scolastica, scrive Linkiesta.it,  è uno dei servizi pubblici a domanda individuale gestiti dai Comuni. Che possono occuparsene direttamente o dare il servizio in appalto, godendo di ampia discrezionalità nella definizione delle tariffe e delle fasce di reddito corrispondenti. Uno standard nazionale con tetti massimi e minimi non esiste, tranne che per i comuni in deficit.

 

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Le aziende che in Italia si occupano di ristorazione collettiva sono circa 3mila, di cui 50 hanno un fatturato superiore ai dieci milioni di euro. Nel 2014 solo le mense scolatiche hanno prodotto un fatturato di 1,25 miliardi di euro. E le sette imprese aderenti all’Osservatorio ristorazione collettiva e nutrizione da sole coprono il 54% dei volumi dell’intero settore.

Intanto nella prima rilevazione delle tariffe fatta da Cittadinanzattiva, sia per la scuola dell’infanzia che per elementari e medie, si apprende che il costo medio della mensa scolastica di una famiglia italiana composta da tre persone con un Isee di 19.900 è di 700 euro. Ma con rette che variano di città in città: dagli oltre 128 euro mensili di Livorno e Ferrara ai 45 euro di Roma e ai 32 di Barletta (la più economica).

L’Emilia Romagna, con oltre mille euro annui in media, ha le tariffe più alte; la Calabria è la più economica, con un costo di 500 euro all’anno. Una retta che è esattamente la metà, e «non è giustificata esclusivamente dal costo della vita», dicono da Cittadinanzattiva. Il costo totale del pasto in parte è pagato dai comuni, in parte dai genitori. E con i bilanci sempre più risicati, la parte coperta dai comuni tende a ridursi, con un aumento delle rette. Ogni città, poi, scandisce le fasce di reddito in maniera diversa. E addirittura in Trentino il criterio usato per definire le tariffe non è nemmeno l’Isee.

Al costo del pasto, poi, alcuni comuni, per arrotondare un po’, aggiungono anche altre spese indirette per il costo dell’acqua, del cibo degli insegnanti e dei bidelli, o anche per l’acquisto di forni e frigoriferi.

 A Torino, si legge su Linkiesta.it, il combattivo comitato “Caro Mensa” a dicembre 2016 ha presentato un esposto alla Corte dei conti contro i costi indiretti pagati dalle famiglie, che poco hanno a che fare con il pasto vero. Oltre 12 milioni di euro, compresi 450mila euro per coprire la refezione degli insegnanti, servizio per il quale però le scuole ricevono i fondi del ministero. A conti fatti, il costo a figlio è di 302 euro in più. Il comune di Torino aveva anche approvato una delibera per l’eliminazione dei costi indiretti. Ma i costi non sono stati ancora rimodulati.

E anche qui ogni comune fa a modo suo. C’è chi inserisce una gabella una tantum, chi mensile. A Monza, ad esempio, oltre al costo mensile, si pagano ogni anno 25 euro in più. A Ferrara, c’è una quota fissa in più di 33 euro al mese. A Forlì di 20 euro al mese aggiuntive.

Al costo del pasto, poi, alcuni comuni, per arrotondare un po’, aggiungono anche altre spese indirette per il costo dell’acqua, del cibo degli insegnanti e dei bidelli, o anche per l’acquisto di forni e frigoriferi

Irregolarità in una mensa su quattro

«I costi in alcune città sono piuttosto rilevanti», commenta Cittadinanzattiva,  «Noi proponiamo di renderlo un servizio universale, come la ristorazione in ospedale. Ma il problema non sono quasi mai solo i costi. Le proteste dei genitori sono spesso legate anche alla qualità del servizio», assicura. A giugno 2016 sono stati diffusi i dati relativi ai controlli dei Nas sui 2.678 mense scolastiche. In una mensa su quattro sono state riscontrate gravi irregolarità e per 37 è stata disposta la chiusura. Tra le principali violazioni contestate, ce ne sono 695 per carenze igieniche. E in effetti, secondo l’indagine condotta da Cittadinanzattiva, il 64% dei bambini dice di mangiare con piacere a mensa, anche se il 75% ammette si mangia meglio a casa.

Le battaglie si fanno soprattutto a Nord, dove ci sono mense scolastiche e sezioni con il tempo pieno. Che invece mancano ancora in buona parte del Sud Italia.