Oggi, 10 agosto, è il terzo anniversario della morte di Michela Murgia, una delle scrittrici più illuminanti in Italia nell’ultimo decennio.
Ricordiamo che per sei anni Murgia è stata insegnante di religione nei licei sardi. Ecco cosa ha scritto in merito alla scuola nel 2014, dodici anni fa, in uno stralcio di un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera.
“Ho insegnato per sei anni, ma non serve essere stati da entrambi i lati della cattedra per non credere più in alcun apprendimento che non sia quello che si genera dentro una relazione. L’attuale scuola di massa non è un luogo in cui quella relazione può realizzarsi in modo sistematico: troppi sono i fattori che la inibiscono in partenza, accumulati in anni di riforme scolastiche scientificamente mirate al risparmio sulle risorse umane, proprio nell’unico luogo che si regge esclusivamente su quelle.
Il primo di questi fattori è la perdita del valore insostituibile dell’individualità tra i soggetti coinvolti nell’apprendimento. Gli alti numeri che si sono generati dagli accorpamenti richiesti nelle ultime perniciose riforme scolastiche hanno ulteriormente ridotto la possibilità che tra docente e allievi si possano instaurare relazioni educative mirate. I casi in cui ancora questo miracolo si realizza si devono alla buona volontà dei docenti, che combattono eroicamente contro un meccanismo scolastico che si attende da loro sempre più funzioni e sempre meno relazioni.
Il secondo fattore di dissociazione tra docente e discente è che il contenuto dell’apprendimento nella scuola di massa ha natura coercitiva, perché non è costruito sui bisogni dell’allievo, ma su un minimo comune denominatore di saperi che nelle intenzioni degli estensori dovrebbe costituire lo standard medio di conoscenze di un cittadino italiano. L’atto stesso di stendere un programma scolastico risponde pertanto a dinamiche ideologiche, non relazionali, e se diventa obbligante è perché non potrebbe essere diversamente: l’obbligo scolastico esiste solo perché nessuno andrebbe mai a imparare qualcosa che non è stato pensato per lui, su di lui, a servizio delle sue inclinazioni e delle sue specifiche attitudini.
Il terzo fattore riguarda la persona del docente, ridotta a facente funzioni intercambiabili grazie a un titolo di studio considerato abilitante e non qualificante. Quel che ti permette di essere chiamato maestro non è il modo unico e irripetibile in cui la tua individualità può fare la differenza, ma è quello che hai appreso: numericamente misurato, istituzionalmente certificato e sindacalmente difeso. A chi esce dall’esame di maturità si chiede cosa ha studiato e non con chi lo ha fatto, perché nel nostro sistema formativo chi insegna conta sempre molto meno di cosa viene insegnato, come se le due cose potessero essere scisse.
C’è poi un quarto fattore, meno misurabile eppure infinitamente più influente sulla qualità complessiva della scuola italiana, ed ha a che fare con l’insanabile gender gap di questo Paese. L’insegnamento di base è stato per troppi anni concepito come declinazione dell’accudimento, compito essenzialmente femminile, il che ha progressivamente trasformato il lavoro dell’insegnante in un mestiere per donne”.
Ci piace far riferimento a un suo post del 2018 di inizio anno scolastico dedicato proprio agli studenti e alle studentesse:
“Ricomincia la scuola, unica culla di rivoluzione. Auguri ragazzi, auguri ragazze! Imparate il passato per difendere il futuro, progettate il presente che è già il vostro tempo, discutete tutto ciò che si può cambiare e proteggete quello che è stato cambiato per voi. Non dimenticate di imparare il congiuntivo, perché la rivoluzione non ha bisogno solo di tempo, ma anche di gente che lo sappia riconoscere. P.s. Ho modificato “declinare” con “riconoscere” per placare il flame grammaticale che stava sorgendo intorno al fatto che i verbi si coniugano e i nomi si declinano. Aggiungerei pure che le metafore si capiscono, ma diventerebbe un post grammarnazi e di nazi ne abbiamo già abbastanza in giro. Vi amo, dannati pedanti”.
Sul ruolo degli insegnanti, Michela Murgia aveva le idee chiare: “Quel che ti permette di essere chiamato maestro non è il modo unico e irripetibile in cui la tua individualità può fare la differenza, ma è quello che hai appreso: numericamente misurato, istituzionalmente certificato e sindacalmente difeso. A chi esce dall’esame di maturità si chiede cosa ha studiato e non con chi lo ha fatto, perché nel nostro sistema formativo chi insegna conta sempre molto meno di cosa viene insegnato, come se le due cose potessero essere scisse. L’obiettivo non è l’acquisizione di un titolo di studio, di un’abilitazione o di un sapere spendibile, ma la crescita umana di quella singola persona e specificamente di quella. E aggiunge – Insegnare non vuol dire accudire, con tutto quello che in Italia significa in termini di avvilimento del ruolo, insignificanza della retribuzione e diminuzione del prestigio sociale”.
E sulla valutazione degli studenti aveva dichiarato: “Nei paesi che funzionano secondo il nostro modello la lode a chi sa è data al prezzo del ludibrio altrui e questo scatena una competizione sociale da cui i paesi scandinavi cercano di tenersi lontani il più possibile, almeno formalmente. Il sistema di riconoscimento non è costruito in forma piramidale perché regge la convinzione che più in alto salirà la punta della piramide, più larga dovrà essere la base su cui si scaricherà il peso, con costi di disuguaglianza sociale infinitamente più alti del beneficio di ogni singola eccellenza. La stessa parola “eccellenza” viene guardata con sospetto, perché il più delle volte negli altri paesi viene usata per designare un’eccezione, il caso di qualcuno che ce l’ha fatta nonostante il sistema, mentre in Scandinavia lo sforzo educativo viene fatto verso il traguardo che tutti debbano potercela fare grazie al sistema”.
Michela Murgia è stata autrice di diversi libri, tra i quali: Il mondo deve sapere, God Save the queer. Catechismo femminista, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, Accabadora e tanti altri che meriterebbero un posto nei programmi scolastici, non solo per gli argomenti di spessore, ma anche per il modo in cui vengono spiegati, la chiarezza, la qualità per eccellenza che contraddistingueva la grande persona che è stata.