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“Minorato psichico” e “handicappato grave”, perché negli atti ufficiali sono presenti ancora queste espressioni? La riflessione dell’esperto

Nel 2026, in atti ufficiali relativi all’aggiornamento delle graduatorie scolastiche, compaiono ancora espressioni come “minorato psichico” e “handicappato grave”. Non si tratta di una svista lessicale, ma di un problema giuridico e culturale. Come denuncia il prof Gianfranco Vitale su Superando, la rivista che tratta temi di disabilità, uno Stato che utilizza simili formule non sta solo adottando un linguaggio antiquato: sta violando obblighi internazionali e principi costituzionali. Eppure nel 2024 il Parlamento ha approvato il Decreto Legislativo 62/24, intervenendo proprio sulla terminologia in materia di disabilità: basta categorie stigmatizzanti, spazio a un linguaggio centrato sulla persona. Non è “politicamente corretto”, è diritto. L’Italia, ratificando la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità con la Legge 18/09, ha assunto l’impegno di promuovere dignità e non discriminazione. La dignità è un parametro giuridico, non un orpello retorico.

Costituzione, privacy e responsabilità amministrative

L’esperto spiega che il permanere di espressioni superate in atti della Pubblica Amministrazione chiama in causa l’articolo 3 della Costituzione, che vieta discriminazioni, e l’articolo 97, che impone buon andamento e imparzialità. Anche il Regolamento UE 2016/679 e il Codice privacy (Dlgs 196/03) richiedono correttezza e pertinenza nel trattamento dei dati sanitari. Usare categorie degradanti può configurare una violazione del principio di dignità. Non è solo responsabilità del singolo dirigente: la vigilanza spetta anche al Ministero dell’Istruzione e del Merito e al Ministero per le Disabilità. Il Decreto Legge 127/25 ha ribadito l’esigenza di coerenza terminologica, ma se nella prassi nulla cambia il problema è l’assenza di controllo. E quando l’inerzia incide su diritti fondamentali, si entra nel terreno dell’omissione.

Non solo burocrazia: la cultura professionale deve cambiare

La questione non riguarda soltanto la burocrazia, ma anche la cultura professionale. Secondo il prof Vitale, ancora oggi, in corsi di formazione e collegi docenti, si sente parlare di “alunni handicappati”, ignorando l’evoluzione normativa e scientifica verso il modello bio-psico-sociale. Le parole sono atti pubblici e producono effetti simbolici e giuridici. Se le amministrazioni continueranno a utilizzare un linguaggio incompatibile con la Convenzione ONU, si potranno valutare diffide formali ai ministri competenti, l’attivazione del Garante privacy o dell’Autorità garante dei diritti delle persone con disabilità, fino al ricorso ex Legge 67/06 contro comportamenti discriminatori.

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