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Molti no all’anticipo nella scuola dell’infanzia

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Il Coordinamento Nazionale per le "Politiche dell’Infanzia e della Sua Scuola", costituito da Aimc, Cidi, Andis, Mce, Fnism, Cgil, Cisl, Uil Scuola e Snals, visto il disegno di legge di iniziativa governativa per la riforma del sistema d’istruzione,  contenente fra l’altro la possibilità che alla scuola dell’infanzia si iscrivano anche  i bambini e le bambine che compiono i tre  anni entro il 30 aprile dell’anno successivo, hanno elaborato un documento che è stato inviato ai Presidenti delle Commissioni Istruzione e Cultura della Camera dei Deputati e del Senato in cui esprimono la loro posizione fermamente contraria alla proposta di legge.
Questo perché, come è stato sottolineato, la scuola dell’infanzia ha un suo specifico progetto culturale e pedagogico che è stato disegnato dagli Orientamenti ’91, che a tutt’oggi non è stato sottoposto a valutazione negativa, ed anche perché è stata pensata come  scuola  specifica per i bambini e le bambine dai tre ai sei anni.

Gli Orientamenti ’91 – tra i documenti, insieme ai Programmi dell’85 della scuola elementare, più ricchi di suggestioni sociali, culturali, pedagogiche e didattiche della storia della scuola, e non solo italiana – hanno consentito non solo l’ampliamento della scuola, ma soprattutto della qualità dell’offerta formativa, tanto che hanno acquisito sempre maggiori consensi sociali, e tra gli esperti, da essere stati segnalati, in più di una circostanza, con valore paradigmatico anche all’estero.

È opinione comune che i bambini e le bambine hanno diritto ad una loro scuola specifica e che reclamano, legittimamente, l’impegno da parte dello Stato per la sempre più completa generalizzazione, ma pure per la riforma del suo ordinamento.
L’organizzazione, i tempi ed i modi, nonché le risorse umane  devono essere ritenute variabili fondamentali e di grande significato per la qualità dell’offerta formativa che la scuola dell’infanzia, se vuole continuare a contribuire all’esercizio del diritto allo studio, deve rivedere in una logica sistemica e attraverso l’ottica culturale e  pedagogica.

Anticipare i tempi d’ingresso riducendo l’età dei bambini e delle bambine, creando addirittura nuove figure professionali per le esigenze di natura assistenziale connesse alla minore età, presuppone la ristrutturazione dell’organizzazione e delle modalità di proporsi ai suoi piccoli utenti e anche alle famiglie.
È dall’emanazione degli Orientamenti’91, in verità, che si attende la riforma degli ordinamenti della scuola dell’infanzia. Riforma che dovrebbe mirare a ridisegnare l’intera struttura organizzativa conservandone l’adeguatezza alla piena realizzazione delle finalità educative.

Anticipare l’ingresso nel sistema formativo, prima della modifica dell’ordinamento, finisce con il sembrare di  rispondere a logiche diverse di quelle educative per la piena attuazione del disegno pedagogico delineato dagli Orientamenti ’91.

Le finalità della scuola materna, giustamente di recente…promossa a scuola dell’infanzia, con tutto ciò che comporta la riconversione, non solo linguistica e nominalistica, non può tornare ad  essere identificata in un servizio assistenziale. Le esigenze sociali, quelle culturali e pedagogiche non consentono di identificare nell’anticipo della frequenza la svolta che la scuola dell’infanzia si sarebbe attesa anche per superare taluni punti critici che nessuno vuole sottovalutare.
La Consultazione sulle Linee di Sviluppo, svoltasi nel 1999,  è bene ricordare,  aveva segnalato tra questi punti critici solo il rapporto docente/bambini di uno a ventotto nonché i tempi ristretti  di contemporaneità e non anche  il carattere educativo talché, oggi pretendere che ad un’età inferiore i bambini e le bambine raggiungano quei traguardi che erano stati delineati per un’età superiore potrebbe risultare rischioso per lo sviluppo dell’intera  personalità dei bambini e delle bambini con riflessi su tutto il futuro percorso formativo.

La proposta rischia di soffocare i bisogni dei bambini e delle bambine e di negare loro il diritto ad una scuola che era stata pensata come unica garanzia per una effettiva e reale crescita.
Da qui la necessità che la scuola dell’infanzia continui a mantenere la sua triennalità e l’età richiesta per l’ingresso.

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