Nonostante la Regione Siciliana abbia rilanciato l’Avviso pubblico n. 10/2023 “Scuole aperte per il territorio”, nell’ambito del Programma Regionale FSE+ Sicilia 2021-2027 (Priorità 2, ESO 4.5), finanziandola con 27 milioni di euro dal Fondo Sociale Europeo, per contrastare la dispersione e l’insuccesso formativo, attraverso l’attivazione del tempo pieno o prolungato nelle scuole statali secondarie di primo grado e nel primo biennio del secondo grado, con interventi prioritari nelle aree a elevata povertà educativa, continua l’esodo dei siciliani verso altri luoghi del Nord Itala e dell’Europa.
Scrive Aldo Mucci, del Sindacato generale scuola, all’assessore alla istruzione della Regione siciliana: “ Forse l’assessore al ramo non ha il “Polso” la fotografia reale e drammatica dell’istruzione pubblica in Sicilia.
In sintesi, quello che sta accadendo è: crollo delle iscrizioni. Negli ultimi 10-15 anni la Sicilia ha perso circa 100.000 alunni (da 780.000 circa del 2010 a poco più di 680.000 nel 2024/25), a causa del crollo delle nascite (la regione ha uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa) e dell’emigrazione di famiglie giovani.
Perdita di migliaia di cattedre. Con meno alunni scattano i parametri ministeriali rigidi: classi più numerose, perdita dell’organico di fatto, accorpamenti. Dal 2017 a oggi si stimano oltre 12.000 posti in meno tra docenti e ATA.
Chiusura o dimensionamento di centinaia di scuole. Plessi storici (soprattutto nei paesi dell’interno e nelle isole minori) vengono chiusi o accorpati perché considerati “sottodimensionati” (sotto i 600 alunni, sotto i 300 se in zone montane o isole).
Solo nell’ultimo triennio (2023-2025) sono stati soppressi o accorpati circa 150-180 istituzioni scolastiche autonome (dirigenze e DSGA). Reggenze e organico monco. Oltre il 35-40% delle scuole siciliane è attualmente in reggenza (lo stesso dirigente segue 2 o 3 scuole diverse).
Mancano segretari amministrativi (DSGA), collaboratori scolastici, tecnici.
Molti plessi rurali hanno un solo bidello per turni massacranti o restano senza. Desertificazione dell’interno Nei comuni sopra i 400-500 metri (Nebrodi, Madonie, Erei, Sicani, Iblei) chiudere la scuola spesso significa il colpo di grazia al paese: le famiglie rimaste se ne vanno, i negozi chiudono, il paese muore. È un circolo vizioso. Il lumicino è purtroppo un’immagine calzante: la scuola siciliana non è ancora spenta, ma sopravvive grazie alla dedizione eroica di dirigenti, docenti e personale che lavora in condizioni sempre più proibitive, mentre la politica regionale continua a trattare il dimensionamento come mera operazione contabile, senza alcuna visione di lungo periodo per contrastare lo spopolamento e la denatalità”.
Ma aveva pure scritto in un precedente post: “In Sicilia il tasso di dispersione scolastica è ancora intorno al 18-20% (dati MIUR 2024), il più alto d’Italia. Nei quartieri popolari di Palermo (Zen, Brancaccio, Sperone), Catania (San Cristoforo, Librino), ecc. i clan reclutano i minori proprio tra i drop-out e tra i ragazzi con famiglie in condizioni di povertà educativa.
Ho portato decine di volte questa analisi in audizioni all’ARS (Assemblea Regionale Siciliana) e in incontri con i provveditori: “Se non mettiamo più ATA, più collaboratori scolastici, più insegnanti di sostegno stabili, lasciamo i ragazzi in mezzo alla strada dalle 13 in poi. E lì c’è chi li aspetta con la moto e 50 euro al giorno per fare il palo”.
“Più volte ho ripreso un’idea di Gesualdo Bufalino e Michela Murgia: “L’antimafia più efficace non è quella delle parole, ma quella dei fatti: un esercito pacifico di insegnanti e collaboratori scolastici che occupi il territorio dalle 8 alle 18, tutti i giorni. Perché la mafia odia la scuola aperta, odia i ragazzi che studiano, odia chi ha un lavoro dignitoso”. “