Giovanni Lo Storto, direttore generale dell’Università LUISS, interviene oggi con un editoriale sul Corriere della sera su alcuni recenti avvenimenti che hanno interrogato e scosso il mondo dell’educazione.
Il punto di avvio sono gli studenti che hanno scelto il silenzio all’orale dell’esame di stato (Tecnica della scuola ha dato conto con molti articoli).
Da un lato, scrive Lo Storto “quel silenzio è un tentativo, per quanto imperfetto, di salvare non solo se stessi, ma anche una scuola e un mondo percepiti come sbagliati”. Dall’altro il ministro è intervenuto anticipando che il prossimo anno chi farà scena muta sarà bocciato: “una misura che, se pensiamo alla scuola come a un luogo di responsabilità e regole comuni, può apparire comprensibile e coerente”. E in mezzo c’è stato anche uno studente che ha chiesto che venisse diminuito il suo voto finale.
Che giudizio ne ricava il direttore della Luiss? “Quella scena muta, così apparentemente arrogante, – scrive – è un grido di sfiducia verso un sistema percepito dai ragazzi come distante, competitivo, arido. Un sistema che misura le prestazioni più di quanto ascolti. È il rifiuto di quella che alcuni studenti hanno chiamato «una scuola a punti».
Ne segue che questi sintomi evidenziano “non è una ribellione da punire, ma una domanda da ascoltare”. La domanda di fondo riguarda il senso della scuola: è solo un luogo di verifica o deve allargare il suo perimetro per diventare “un sistema che formi non solo competenze, ma anche capacità di ascolto, empatia, collaborazione?”
E prosegue con l’esempio della cultura della performance (in cui il traguardo conta più del percorso), che a volte avvolge il processo formativo sino a trasformarlo in un sentiero tossico.
“Dare il massimo non sempre basta – conclude Lo Storto – e la competizione non premia il migliore, ma chi ha la corazza emotiva più dura. Certo, edulcorare la realtà non serve. Ma forse è tempo di fermarsi e guardare alle cause del malessere. Tornare alle persone, ascoltarle, prima di ridurle a un numero. (…) Se vogliamo evitare di confondere l’obbedienza con l’educazione, non basta un regolamento. Servono una scuola e un’università che, loro per prime, non restino in silenzio di fronte al futuro”.
Insomma, come dice il titolo dell’editoriale, “più ascolto in una scuola inclusiva”.
Pare di sentire la voce di don Milani: se l’obbedienza non è più una virtù non è neppure più educazione.