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“Non dormono e non vanno più a scuola”: i bambini dipendenti da internet

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«Ci sono bambini e adolescenti che abbandonano l’attività sportiva, altri persino la scuola. Ragazzini che finiscono per vivere le uniche relazioni possibili attraverso internet»: a parlare, come riporta Linkiesta, è il professor Federico Tonioni, tra i responsabili del Centro pediatrico interdipartimentale per la psicopatologia da web dell’ospedale Gemelli di Roma.

Primo centro italiano per le nuove patologie giovanili legate alla diffusione della rete, come appunto la sindrome da ritiro sociale, propone un approccio multidisciplinare alla materia, attraverso la connessione tra psichiatria, pediatria e la neuropsichiatria infantile.

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“In questi anni abbiamo imparato molto. Sono stati valutati e curati almeno 1.300 casi. Quasi tutti giovani e giovanissimi, anche se nella prima fase non sono mancati gli adulti. Oggi al centro arrivano storie diverse. Ci sono bambini di 11 anni e ragazzi più grandi. Al momento ci sono due grandi gruppi, uno che raccoglie pazienti di circa 13 anni e uno di diciassettenni. Tanti ragazzini che passano il proprio tempo davanti a un pc hanno un ritmo sonno-veglia fortemente alterato. Dormono poco, oppure saltano i pasti. Alcuni hanno problemi di obesità perché non si muovono, oppure mangiano in maniera compulsiva. Altri ancora hanno problemi alla vista”

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Nella dipendenza da web il campanello d’allarme suona quando la rete diventa il pensiero prevalente, una ossessione. Molto spesso non è difficile individuare un filo conduttore. Possono essere siti che offrono gioco d’azzardo o pornografia. Insomma, si tratta di dipendenze che già esistono a prescindere da internet.

Per i più piccoli è diverso. «I bambini e gli adolescenti – spiega Tonioni – non sono dipendenti patologici. Per i nativi digitali internet rappresenta un nuovo modo di pensare e comunicare. La dipendenza è una sovrastruttura, sotto si nasconde sempre un’angoscia più profonda. La tendenza a isolarsi, che nei casi estremi può portare ad abbandonare la scuola e il mondo esterno. Ci sono bambini che non escono più di casa – continua Tonioni – Purtroppo ne vedo tanti».

È un fenomeno che spesso crea anche problemi di salute. Trascorrere intere giornate davanti al computer o a uno smartphone interferisce inevitabilmente anche sul fisico. «Tanti ragazzini che passano il proprio tempo davanti a un pc hanno un ritmo sonno-veglia fortemente alterato. Dormono poco, oppure saltano i pasti. Alcuni hanno problemi di obesità perché non si muovono, oppure mangiano in maniera compulsiva. Altri ancora hanno problemi alla vista». Il sintomo principale è il “disinvestimento” del corpo e del contatto emotivo. «Lo vediamo fin dai primi colloqui, questi ragazzini non ti guardano mai negli occhi. E se cerchi di fissarli finisci per ferirli, diventi persecutorio». Ovviamente la timidezza non c’entra. In questi casi la rete diventa un filtro, una barriera.

Non è un caso, scrive sempre Linkiesta.it,  se i bambini e gli adolescenti che vivono una situazione di ritiro sociale spesso trascorrono le ore con videogames “sparatutto”. Sono giochi ad alto contenuto di aggressività. «Nel gioco uccidono duemila persone, poi però si sentono in colpa»

«Stiamo vivendo un momento di grande cambiamento – racconta – Un’evoluzione digitale che è passata sottotraccia, ma ha profondamente modificato il nostro modo di pensare e interagire. Come in ogni fase storica, alcune patologie diminuiscono e altre ne compaiono. Le malattie non aumentano mai, al massimo si trasformano».

«Nella nostra vita – racconta il professore – Tutti abbiamo incontrato un bullo. Per quanto l’aggressività eterodiretta sia brutta, purtroppo esiste. Parliamo di cyberbullismo quando c’è un vissuto di persecuzione. Il problema non è lo stimolo ad essere aggredito, ma l’incapacità di reagire. O anche, più semplicemente, di andare dai genitori e chiedere aiuto. Una forte incapacità a dire “Ho paura”. E infatti i genitori coinvolti in queste vicende cadono sempre dalle nuvole.  volte una vittima è già vittima prima di incontrare un bullo.

Nella vita ci vuole una sana aggressività – spiega il medico – L’aggressività non è necessariamente negativa: è la capacità di conquistare e difendere il proprio ruolo nel mondo. Quello che nei bambini più piccoli rappresenta la voglia di esplorare e fare esperienze. Freud la chiamava “pulsione epistemofilica”».

Oggi la carenza di aggressività nasce dall’assenza dei genitori, che l’era digitale ha allontanato ancora di più dai figli. Non è un caso se i bambini e gli adolescenti che vivono una situazione di ritiro sociale spesso trascorrono le ore con videogames “sparatutto”. Sono giochi ad alto contenuto di aggressività.  Gli serve come detonatore dell’aggressività, che quando si trattiene troppo dentro diventa rabbia»