In un mondo dominato da violenza e crudeltà, espressa a parole e nei fatti da tanti capi di governo anche di paesi “democratici”, cambiare le Indicazioni Nazionali per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo, orientandole verso l’esasperazione dell’identità nazionale, non sembra una buona idea.
Nelle Indicazioni del 2012 si sottolineava l’importanza di un nuovo umanesimo. Ora vediamo un accento maggiore su identità e trasmissione delle conoscenze. La parola umanesimo ricorre 3 volte, la parola umanità 7 volte, mentre la parola identità compare 43 volte.
In realtà le premesse sono promettenti, laddove si legge: “La Costituzione mette al centro la persona e concepisce lo Stato per l’uomo e non l’uomo per lo Stato, come opportunamente sottolineava il costituente Giorgio La Pira. Così la scuola pone le persone degli allievi al centro delle sue azioni e ne promuove i talenti, attraverso la formazione integrale e armonica di tutte le dimensioni…”
Ma subito dopo si incontra un’affermazione che lascia perplessi: “Il termine ‘persona’ ha radici storico-culturali occidentali.”
Davvero qualcuno pensa che nelle altre civiltà non esistesse tale termine prima dei contatti con il mondo occidentale?
È inoltre necessario scrivere che “Solo l’Occidente conosce la Storia”? Perché insistere su presunte superiorità dell’occidente?
Seguono poi affermazioni assolutamente condivisibili, peraltro analoghe ad altre già presenti nelle Indicazioni 2012, riguardanti l’alleanza scuola famiglia e la necessità di una particolare attenzione al rispetto delle regole di civile convivenza, ma ciò che caratterizza l’impianto generale del testo è il fatto di puntare sulle conoscenze perché, come affermato da uno degli autori delle Indicazioni 2025, Giovanni Belardelli – nel dibattito organizzato da Tuttoscuola il giorno 14 aprile 2025 – è importante cosa si insegna e non come.
Come dire che il mestiere dell’insegnante non esiste. Chiunque può insegnare, purché conosca l’argomento, ma chiunque abbia frequentato una scuola sa che non è così: un buon insegnante sa aiutare gli alunni a comprendere argomenti complessi che da soli avrebbero difficoltà a capire, grazie alle sue competenze comunicative didattiche, pedagogiche e organizzative, oltre che disciplinari, come ci spiegava Francesco De Bartolomeis.
Questo vale per gli studenti di tutte le età e a maggior ragione per i più piccoli.
A molti è capitato di avere insegnanti che conoscevano bene gli argomenti, ma non sapevano renderli comprensibili agli studenti.
Quindi non è sufficiente conoscere cosa insegnare, ma è molto importante sapere anche come farlo.
La denigrazione della pedagogia e delle scienze dell’educazione non può certo aiutare la scuola.
Giovanni Belardelli evidenzia carenze di conoscenze basilari da parte degli studenti, problema sicuramente importante, ma che non può certo essere attribuito alla pratica della didattica per competenze. In primo luogo perché la didattica per competenze in molti casi non è mai esistita. Assistiamo quasi sempre al tentativo di trasmettere conoscenze, così come vorrebbero le nuove indicazioni, ma raramente si lavora su compiti di realtà, in termini di apprendimento significativo. Inoltre sembra che si ignori il fatto che una competenza è basata anche sulle conoscenze. Quando un insegnante, che sa gestire la relazione educativa, realizza forme di didattica attiva e cooperativa, che portano alla realizzazione di compiti di realtà o autentici, la differenza si vede, anche nell’acquisizione delle conoscenze.
Sostenere la prevalenza delle conoscenze contraddice peraltro le stesse indicazioni, dove la parola competenze viene citata 114 volte
C’è però un problema serio, che riguarda non solo le nuove indicazioni, ma anche quelle del 2012 e tutto ciò che riguarda la didattica degli ultimi decenni: la chiarezza terminologica.
Anche il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, nel parere n. 151 del 27/06/2025, sottolinea come sia necessario “Dedicare un paragrafo nella premessa alla chiara definizione di obiettivi, conoscenze, abilità e competenze. Da anni nella scuola si dibatte su tali termini. Sarebbe opportuno fugare finalmente dubbi e interpretazioni per la costruzione di curricoli d’istituto basati sugli obiettivi, oggetto di valutazione da parte dei docenti.”
Infatti sia nelle Indicazioni del 2012, che in quelle del 2025, la confusione sui termini relativi alla progettazione è notevole.
Nel 2012 si identificano Traguardi per lo sviluppo delle competenze senza una chiara definizione degli stessi in premessa, poi si espongono gli obiettivi, ma senza differenziare tra conoscenze, abilità e atteggiamenti, come invece fanno le Raccomandazioni del Parlamento Europeo del 2006 e del 2018.
Nelle Indicazioni del 2025 vengono inserite: competenze attese, obiettivi specifici e conoscenze, ma qui la confusione è ancora maggiore. Citando di nuovo il parere del CSPI: “non sembra esserci una coerenza nella struttura delle conoscenze delle varie discipline: in alcune di esse risultano declinati aspetti metodologici, strumenti e considerazioni più che le conoscenze.”
Proviamo a vedere alcuni degli elementi, definiti dalle Indicazioni 2025, conoscenze di Educazione fisica per la scuola secondaria:
Sembrerebbe che non siano proprio chiari i concetti di conoscenza, abilità, atteggiamenti, competenza e attività.
Quelle qui sopra elencate non possono a mio parere essere considerate conoscenze. Sono evidentemente delle attività, praticando le quali si possono ottenere degli obiettivi in termini di conoscenze, abilità e atteggiamenti, per la costruzione di competenze.
Proviamo a mettere ordine con un esempio.
“L’accento marcato sulle conoscenze fa emergere, inoltre, una scuola dell’insegnamento trasmissivo, che contraddice non solo la funzione docente – come delineata dalla normativa – ma limita e comprime la ricchezza delle competenze, che a detta funzione si riconnette. La conoscenza meccanicamente memorizzata e restituita ha, tra l’altro, un impatto residuale sul processo di maturazione delle competenze”, scrive il CSPI.
Il docente dovrebbe essere un regista, che aiuta gli alunni a sviluppare le proprie potenzialità, comprese le competenze sociali che permettono di crescere come cittadini responsabili, ma non sottomessi.
Un insegnamento meramente trasmissivo, rivolto alla memorizzazione di nozioni stabilite dall’alto, limita sicuramente la ricchezza delle competenze che permettono ad un cittadino di svolgere un ruolo positivo e gratificante nella comunità.
Un insegnamento che invece stimola la partecipazione attiva e le capacità di cooperazione degli alunni, costituisce le basi per la costruzione di un nuovo umanesimo e per la formazione di esseri umani nel senso più nobile e profondo del termine. Esseri umani che sappiano ripudiare la violenza, che sia dell’individuo (come quella di chi spara agli avversari politici), di gruppi (come quelli che pensano di lottare contro l’ingiustizia e la violenza con altre ingiustizie e altra violenza), di governanti (come quelli che usano il potere per opprimere i cittadini più deboli, invece di mettersi al servizio di tutti e in particolare dei cittadini più fragili), degli stati (come quelli che promuovono la guerra e attuano lo sterminio di altri popoli).
Di fronte alle tragedie a cui stiamo assistendo il nostro compito di cittadini è quello di non permettere che prevalga la banalità del male, non dobbiamo abituarci all’orrore.
Come insegnanti il nostro dovere è quello di essere positivi agenti di cambiamento, per sostenere in questa direzione la crescita dei nostri alunni.
Il compito dei governi è quello di aiutare i cittadini e gli insegnanti a questo scopo, anche attraverso delle indicazioni nazionali per la scuola che aiutino a crescere come esseri umani, dotati di empatia e comprensione per la sofferenza altrui e in grado di discernere tra giustizia e ingiustizia.
Solo così potremo restare umani.