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09.07.2025

Nuove Indicazioni nazionali: quale spazio per l’inclusione? Parlano tre esperti

Reginaldo Palermo

«Ma la scuola italiana sa realmente essere inclusiva?»: se lo chiedono Primarosa Bosio, Lisetta Silini e Salvatore Nocera, prendendo spunto dal titolo di un paragrafo (“Scuola che sa essere inclusiva”) della nuova bozza delle “Indicazioni Nazionali per il curricolo – Scuola dell’infanzia e Scuole del Primo ciclo di istruzione” della quale propongono un’analisi critica pubblicata nel sito Superando.it

Gli autori prendono le mosse da un confronto tra le due diverse versioni e osservano che rispetto alla prima versione del testo dell’11 marzo, la nuova bozza dell’11 giugno risulta più articolata (791 parole contro 674), con un’attenzione particolare agli alunni di origine straniera. Tuttavia, si nota una preoccupante marginalizzazione della disabilità: gli alunni con disabilità compaiono appena, mentre si ampliano i riferimenti ad altri Bisogni Educativi Speciali (BES), come alunni adottati, con DSA o in svantaggio socioculturale.

Anche rispetto alle Indicazioni del 2012, la nuova versione – sempre secondo i tre esperti – sembrerebbe perdere in chiarezza normativa e incisività. Allora si parlava di una “scuola di tutti e di ciascuno”, ora si parla di una scuola “che sa essere inclusiva”, formulazione che, secondo gli autori, suggerisce una competenza tecnica più che un impegno valoriale.

Inclusione: un concetto ancora sfuggente

Gli autori lamentano poi l’assenza di una definizione condivisa e operativa di “inclusione”, termine dato per scontato nel documento.
Eppure, come ricordano, la nostra Costituzione (articoli 3 e 34) ne traccia i fondamenti: pari dignità, rimozione degli ostacoli, accesso universale all’istruzione. L’inclusione non è quindi una concessione, ma un diritto.
E resta anche il fatto che gli studenti con disabilità – i protagonisti storici di un lungo percorso di apertura della scuola italiana – sono relegati a note marginali, in alcuni casi quasi considerati come “privilegiati”, in netto contrasto con le difficoltà concrete che ancora affrontano.

Le omissioni della bozza

Il testo ministeriale ignorerebbe anche alcune delle principali criticità strutturali che ostacolano l’inclusione reale: la mancata attuazione del Decreto Legislativo 66/2017, la carenza di formazione per il personale docente, la mancanza di continuità didattica e l’assenza di strumenti come il PEI (Piano Educativo Individualizzato) e il PDP (Piano Didattico Personalizzato), fondamentali per garantire percorsi realmente accessibili.

Non si fa menzione, inoltre, al ruolo degli assistenti per l’autonomia e la comunicazione, né al necessario potenziamento della specializzazione dei docenti di sostegno (a questo proposito gli autori segnalano che l’Osservatorio Nazionale sull’Inclusione Scolastica, istituito proprio per monitorare queste dinamiche, è stato convocato raramente e in modo poco incisivo).

Strategie e strumenti: tra potenzialità e retorica

Il documento fa riferimento a concetti importanti come la personalizzazione degli apprendimenti, l’ICF (Classificazione Internazionale del Funzionamento) e l’UDL (Universal Design for Learning), ma li applica genericamente a tutti gli alunni con BES, senza approfondire il legame con la disabilità né indicare risorse, formazione e tempi necessari per rendere davvero efficaci queste strategie.

La visione proposta rischia di trasformare la personalizzazione in una formula retorica, ridotta a “riconoscere i propri talenti oltre le difficoltà”, tralasciando che, come ricordava Andrea Canevaro, «attribuire una diversa abilità a tutti potrebbe sembrare una presa in giro». La vera sfida è creare contesti che rendano possibile lo sviluppo di diverse abilità.

Il grande assente: il gruppo classe

Un’ultima, ma fondamentale osservazione: nel documento non si parla mai del ruolo dei compagni e delle compagne. L’inclusione non può prescindere dal contesto sociale della classe, dove si costruiscono relazioni, si condividono esperienze, si sviluppa il senso di cittadinanza. La vera scuola inclusiva è quella in cui tutti imparano insieme, non quella che frammenta, specializza e isola.
Come si può allora rispondere alla domanda di partenza?
I tre esperti così concludono: “Abbiamo assodato che deve esserlo, sappiamo, per conoscenza ed esperienza diretta, che può esserlo, purché si garantiscano le condizioni che le norme prevedono da decenni e si valorizzi e si diffonda la cultura pedagogica e didattica accumulata a livello professionale nelle migliori esperienze”.

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