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Quei docenti più preoccupati di certificare le proprie competenze che non riqualificare le conoscenze

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«La conoscenza si propaga per contatto fra esseri umani, e sono i contenuti che ne assicurano il travaso da una generazione all’altra. (…) Da alcuni decenni è di moda credere che per insegnare, poniamo, la matematica o la storia, non basta conoscere bene queste discipline, ma è indispensabile praticare qualcos’altro, che le supera e le contiene: la didattica della matematica, la didattica della storia». Parola di Salvatore Settis, archeologo di fama mondiale.

L’articolo, pubblicato il 15 marzo scorso sul Fatto Quotidiano ha fatto rumore, perché controcorrente rispetto all’onda di piena della “didattica per competenze”, tanto di moda negli ultimi decenni. «La didattica», afferma Settis, «tende così a diventare (…) una sorta di super-disciplina che pretende di superare o contenere tutte le altre. Di conseguenza, si può insegnare solo a patto di sapere come, non che cosa. (…) A furia di parlare del come e non del che cosa si deve insegnare a scuola, i contenuti si perdono nel nulla, e quel che resta è il burocratico rituale di un insegnamento-scatola vuota. La sapienza specifica dell’insegnante diventa un bagaglio ingombrante, se “sapere la matematica” (o la storia) conta poco o niente, se vale solo una tecnica dell’insegnare che è parente stretta della “scienza della comunicazione” e della pubblicità commerciale. (…) Agli studenti si chiede di spostare l’accento dalla elaborazione della conoscenza all’acquisizione di abilità, competenze, skills. La scuola così intesa può forse ancora (stancamente) trasmettere nozioni, ma non la passione di sapere. Le nozioni (…) non serviranno a pensare il futuro creativamente, ma a eseguire questo o quel lavoro lungo binari prestabiliti. Da una scuola così concepita resta ovviamente fuori lo spirito critico (…). Restano fuori le virtù essenziali di un buon cittadino».

In favore della riflessione didattica

Contro Settis si scaglia Antonio Brusa, Professore di Didattica della Storia all’Università di Bari. «Settis lancia una crociata che i suoi colleghi hanno già ampiamente vinto. L’insegnante italiano esce dalle nostre università sapendo qualcosa delle discipline che ha studiato, ma non conoscendo quasi nulla della didattica di queste discipline. Quindi, la scuola italiana è già come la vuole lui”.

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“Può diventarne a buon diritto, come titolano alcune riviste, il prossimo ministro. (…) Nemmeno lui – Settis – sa che cos’è la didattica disciplinare. Parla di un qualcosa che ha vagamente sentito, ma che non conosce. (…) Non sa che la didattica storica è una delle discipline storiche (…). Non ho mai trovato un collega (…) che abbia sostenuto quello che Settis imputa ai didatti: che non importano i contenuti, importano solo i metodi. Anzi: la totalità dei manuali di didattica storica (…) iniziano appunto elencando le conoscenze (…) che occorre possedere, per avviarsi al mestiere dell’insegnante».

La conciliazione possibile

Forse, come sempre, la verità tra due visioni opposte sta nel giusto mezzo. È vero: non si può prescindere, nella trasmissione del sapere, dalla riflessione didattica sul come trasmetterlo. Il problema però è che, negli ultimi decenni, l’interesse per il come insegnare sembra prevalere sull’interesse per il cosa: quest’ultimo sembra sempre più dato per scontato, tanto che nelle scuole troppi docenti si preoccupano più di certificare le proprie competenze didattiche (ossia i corsi di aggiornamento seguiti) che non di riqualificare e approfondire le proprie conoscenze disciplinari e (perché no?) pluridisciplinari. Il risultato è che alcuni insegnanti (persino di lettere) sanno tutto della didattica per competenze, ma non hanno mai letto Tolstoj.

Non si tratta, dunque, di contrapporre la didattica ai contenuti, la metodologia al sapere. Urge semmai una profonda riflessione sulla direzione verso la quale la voga della “didattica per competenze” sta conducendo la Scuola.

Se vincono le “competenze”

Inutile negarlo: secondo questo approccio didattico, i contenuti culturali non hanno più il valore di un tempo. La “competenza” è intesa esplicitamente come performance, ovvero come prestazione e comportamento osservabile (“il bimbo sa fare il compito”). Ecco perché la didattica per competenze rischia di trasformare l’educazione e l’insegnamento in addestramento. Basterà, per esempio, addestrare gli alunni ad usare con grandissima “competenza”, tutte le app di uno Smartphone in ogni situazione, senza però possedere le minime nozioni di base di informatica, elettronica, fisica, matematica: diventando perciò appendici di una macchina progettata da ristrettissime élite di tecnici.

E qui Settis ha perfettamente ragione: senza un bagaglio culturale adeguato non avremo una società di cittadini liberi, ma un allevamento di polli, pronti e formati per eseguire compiti stabiliti da altri. E questi altri saranno i pochissimi forniti di conoscenze teoriche approfondite e multidisciplinari. Se non è un progetto autoritario e oligarchico, poco ci manca.