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Pacifico (Anief): ridurre le vacanze estive? Così si fa pagare agli studenti la politica dei tagli

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Il titolare del dicastero del Lavoro dichiara: un mese di vacanza va bene, un mese e mezzo, ma non c’è un obbligo di farne tre. Magari uno potrebbe essere passato a fare formazione, una discussione che va affrontata.

Marcello Pacifico (Anief): il tema del potenziamento delle esperienze in azienda è sicuramente centrale, perché è anche attraverso una vera alternanza scuola-lavoro che si combatte la piaga di abbandoni scolastici e Neet: va però inquadrato all’interno di una riforma complessiva, nella quale si preveda che i giovani studenti non debbano più fare stage gratuiti all’interno delle aziende e si torni ad offrire loro un numero di ore settimanali adeguato. Basta con gli annunci. I punti da realizzare sono riportare il tempo scuola sui livelli precedenti alla riforma Tremonti-Gelmini del 2008, ripristinando il sesto dell’orario scolastico cancellato; oltre che attuare una riforma dei cicli, con l’avvio anticipato della primaria e l’innalzamento dell’obbligo formativo a 13 anni.

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Perché ora si devono sacrificare le vacanze degli studenti, dopo che negli ultimi sette anni i Governi hanno pensato bene di cancellare centinaia di ore di offerta formativa?”. A chiederlo è Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir, nel commentare le dichiarazioni rilasciate oggi dal ministro del lavoro Giuliano Poletti, durante un convegno a Firenze sui fondi sociali europei, per il quale “un mese di vacanza va bene, un mese e mezzo ma non c’è un obbligo di farne tre. Magari – ha proseguito il ministro – uno potrebbe essere passato a fare formazione, una discussione che va affrontata”.

Il tema del potenziamento delle esperienze in azienda – ribatte Pacifico – è sicuramente centrale, perché è anche attraverso una vera alternanza scuola-lavoro che si combatte la piaga di abbandoni scolastici e Neet: va però inquadrato all’interno cui una riforma complessiva, nella quale si preveda che i giovani studenti non debbano più fare stage gratuiti all’interno delle aziende e si torni ad offrire loro un numero di ore settimanali adeguato”.

Anief non comprende, quindi, perché debbano essere gli allievi a pagare gli errori delle politiche all’insegna dei tagli adottate ormai da troppi anni. “Prima di tutto – continua Pacifico – occorre riportare il tempo scuola sui livelli precedenti alla riforma Tremonti-Gelmini del 2008, perché sino ad allora l’Italia deteneva dei livelli scolatici ambiti da tutto il mondo. Tagliando centinaia di ore di offerta formativa l’anno, 4mila scuole e 200mila unità di personale, tra docenti e Ata, con riflessi negativi su tutto il comparto e falcidiando i precari, abbiamo creato un’offerta formativa settimanale con un numero di ore totale scivolata tra le più basse dell’area Ocse”.

Il tempo scuola degli alunni, in particolare, si è ridotto al punto di farci ritrovare in fondo alla classifica internazionale: con la Legge 133/08, più di un sesto dell’orario scolastico è stato cancellato, tanto che oggi l’Italia detiene il triste primato negativo di 4.455 ore studio complessive nell’istruzione primaria, rispetto alla media di 4.717 dell’area Ocse. Anche nella scuola superiore di primo grado, il numero di ore è calato, tanto che oggi nostri ragazzi passano sui banchi 2.970 ore, contro le 3.034 dei Paesi Ocse.

Il giovane sindacato coglie l’occasione per ricordare che sarebbe importante anche anticipare l’avvio della scuola primaria, attraverso una vera riforma dei cicli. Inglobandovi l’estensione dell’obbligo scolastico dagli attuali 16 fino ai 18 anni di età. Iniziando con 12 mesi di anticipo anni la didattica e coprendo con l’obbligo formativo tutti i cicli scolastici, con gli ultimi anni prima del conseguimento del diploma di maturità passati a contatto con le aziende, grazie al potenziamento dell’alternanza scuola-lavoro, si eleverebbe infatti la presenza di giovani sui banchi. Senza incidere nella spesa dello Stato, si ridurrebbero infatti gli abbandoni. Che si concretizzano, in prevalenza, tra i 15 e i 18 anni: un problema drammatico soprattutto nel Mezzogiorno, perché più di uno studente su dieci lascia proprio in quella fascia di età.

Portando l’obbligo scolastico a 13 anni – conclude Pacifico -, si permetterebbe ai nostri bambini di poter essere guidati prima nella sempre più difficile gestione del flusso sempre più esteso di informazioni e stimoli esterni. E successivamente, facendoli a stare a scuola fino ai 18 anni, come accade in molti Paesi Ue, si riuscirebbe finalmente a realizzare un’azione di contrasto contro quei sempre più crescenti numeri sui giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano”.