Nel dibattito sul nuovo assetto dell’istruzione tecnica e professionale interviene oggi Patrizio Bianchi spostando il fuoco della discussione. Il problema, secondo l’ex ministro dell’Istruzione del governo Draghi (e prima per 10 anni assessore a scuola e formazione in Emilia Romagna e Rettore dell’Università di Ferrara), non è semplicemente organizzare in modo più rapido il rapporto tra scuola, Its Academy e mondo del lavoro. La vera questione è capire quale idea di educazione tecnica vogliamo costruire per il futuro del Paese.
Nel suo intervento sul Sole 24 Ore di oggi (intitolato emblematicamente “Its, ridurre la durata del percorso non è la soluzione”) Bianchi richiama la storia degli Istituti Tecnici Superiori, nati nel 2008 in un momento di profonda crisi economica. La loro istituzione rispondeva a un’esigenza precisa: sostenere l’innovazione produttiva attraverso percorsi formativi capaci di collegare scuole tecniche, istituti professionali, università, imprese e territori. Non si trattava dunque di creare un canale breve per l’occupazione, ma di costruire un sistema terziario professionalizzante in grado di accompagnare il cambiamento strutturale dell’economia.
È in questa cornice che Bianchi legge anche l’esperienza successiva delle Its Academy (ben note nel sistema Emilia-Romagna) e la legge del 2022, che ha istituito il Sistema nazionale dell’Istruzione tecnologica superiore. Per lui, l’istruzione tecnica superiore deve far parte di un ecosistema ampio: formazione professionale regionale, scuole tecniche statali, università, imprese, academy aziendali. La sua funzione non è soltanto rispondere alla domanda immediata di competenze delle aziende, ma formare persone capaci di comprendere, governare e orientare le trasformazioni produttive.
Da qui nasce la critica più netta all’attuale proposta del 4+2, soprattutto quando viene interpretata come riduzione della durata del percorso tecnico. Di per sé la riduzione di un anno di corso non è una prova sufficiente a sostenere la tesi dell’ex ministro. E infatti Bianchi immediatamente dopo evidenza come per accorciare di un anno gli istituti tecnici si siano sacrificate soprattutto “le materie rivolte a dare agli allievi gli strumenti per leggere, interpretare e guidare il cambiamento sociale. Queste materie non sono solo il complemento e il sostegno cognitivo necessario per apprendere in modo critico le discipline più strettamente legate alla formazione tecnica, ma diventano oggi necessarie per includere i tanti cittadini stranieri che approderanno alle nostre imprese – in una prospettiva mediterranea – torneranno poi nei loro paesi, per sostenere lo sviluppo”.
Si rischia cioè – dice Bianchi – di indebolire proprio quella parte della formazione che consente agli studenti di sviluppare una visione più ampia: cultura storica, linguistica, letteraria, capacità di lettura del cambiamento sociale, competenze relazionali e di cittadinanza.
La sua obiezione non è nostalgica né difensiva. Bianchi non contrappone cultura tecnica e cultura generale. Al contrario, sostiene che l’educazione tecnica sia davvero forte solo quando tiene insieme competenze professionali, conoscenze scientifiche, capacità critica e comprensione del contesto. Le discipline non strettamente tecniche non sono un ornamento del curricolo, né un residuo del passato: sono ciò che permette agli studenti di non essere semplicemente addestrati a una mansione, ma preparati a muoversi in un mondo produttivo che cambia rapidamente.
Il rischio, nella lettura di Bianchi, è che il 4+2 finisca per essere inteso come una compressione del percorso scolastico in funzione dell’ingresso nel lavoro. Ma una scuola tecnica ridotta ad addestramento professionale perderebbe la propria ambizione più alta: formare tecnici capaci non solo di eseguire, ma di innovare; non solo di adattarsi, ma di interpretare i processi; non solo di rispondere alle esigenze presenti delle imprese, ma di contribuire alla loro trasformazione futura.
C’è anche un altro punto rilevante nella sua argomentazione: la dimensione sociale e mediterranea della formazione tecnica. E infatti il suo intervento si colloca espressamente a margine del “Cairo TechSkill Forum, incontro sull’Istruzione e la Formazione tecnica e professionale dei Paesi del Mediterraneo, promosso dal Ministero Italiano dell’Istruzione e del Merito e dal Ministero Egiziano dell’Istruzione e della Formazione Tecnica e Professionale.
Bianchi ricorda che i percorsi tecnici e professionali dovranno sempre più confrontarsi con la mobilità delle persone, con l’inclusione di studenti e lavoratori provenienti da altri Paesi, con la costruzione di competenze utili non solo al mercato italiano, ma anche allo sviluppo di sistemi produttivi più ampi. In questa prospettiva, ridurre gli spazi dedicati alla lingua, alla storia, alla cultura e alla comprensione reciproca sarebbe un errore strategico.
La posizione di Bianchi, quindi, non è contro gli Its, né contro il rafforzamento del rapporto tra scuola e impresa. Al contrario, nasce da una visione molto forte dell’istruzione tecnica superiore. Proprio perché gli Its sono centrali per l’innovazione, non possono essere pensati come terminali brevi di un percorso impoverito. Hanno bisogno di studenti formati, consapevoli, capaci di apprendere lungo tutto l’arco della vita.
Il nodo del 4+2 sta tutto qui: può diventare un’occasione per rafforzare la filiera tecnico-professionale, ma solo se non viene interpretato come una scorciatoia. La riduzione dei tempi, da sola, non produce qualità. Senza una solida cultura di base, senza competenze trasversali, senza capacità di visione, il rischio è quello di costruire percorsi più rapidi, ma meno profondi.
Per Bianchi, l’educazione tecnica non deve appiattirsi sul presente. Deve preparare al futuro. E per farlo non basta addestrare alle professioni di oggi: occorre formare persone in grado di leggere il cambiamento, attraversarlo e guidarlo.