A cosa serve la pedagogia, che a ben vedere non è neppure una scienza in senso stretto, e a che servono i pedagogisti, che molto spesso sono persone lontane dai problemi “veri” che si vivono nelle aule scolastiche?
Sempre più spesso sui social(e non solo) si leggono commenti del genere, magari conditi anche con parole ed espressioni per nulla gentili. Il ragionamento di base è tipicamente “gentiliano”, deriva cioè dal modello scolastico che un secolo fa era stato voluto dal filosofo neo-idealista Giovanni Gentile: per insegnare serve conoscere la propria materia o poco più. Teoria che viene considerata tanto più valida quanto più si sale nel livello scolastico.
Per la verità questo paradigma, tuttora ancora molto solido nel nostro Paese, ha sempre mostrato più di una crepa, ma si sgretolò quasi del tutto fin dal periodo del secondo dopoguerra.
Dell’importanza strategica della pedagogia e della psicologia dell’apprendimento il mondo occidentale si rese pienamente conto alla fine degli anni 50 del secolo scorso quando, in piena guerra fredda, le due super-potenze Stati Uniti e Unione Sovietica iniziavano la corsa nello spazio.
Il lancio del “Sputnik” da parte dei sovietici (1957) ebbe una grande ripercussione a livello mondiale e allarmò non poco l’opinione pubblica (e non solo) americana.
Il Governo di Washington (all’epoca il presidente era Eisenhower) raccolse le preoccupazioni del mondo accademico e si pose un problema cruciale: da cosa dipendevano i successi dei sovietici in ambito tecnologico e scientifico e, soprattutto, come si sarebbe dovuta muovere l’America per ridurre il divario?
Fu così che il Governo iniziò a concentrarsi sulla questione dei programmi scolastici e dei metodi di insegnamento.
Venne istituita una Commissione di scienziati e studiosi che avrebbe dovuto occuparsi del problema.
Nel settembre del 1959 la Commissione si insediò e iniziò i suoi lavori a Woods Hole, un piccolo villaggio del Massachusetts dove esistevano (ed esistono ancora) diversi centri di ricerca.
Ma qui arriva il dato interessante perché a coordinare i lavori di quello che divenne uno dei congressi scientifici più noti del secolo scorso fu Jerome Bruner uno psicologo dell’apprendimento che aveva grandi interessi in ambito educativo e pedagogico.
Gli scienziati riuniti a Woods Hole (35 in tutto) lavorarono per una decina di giorni per individuare efficienti sistemi riguardo all’insegnamento scientifico nelle scuole primarie e secondarie.
“L’intenzione – racconta Bruner nel rapporto finale, contenuto nel volume “Dopo Dewy” – non era però quella di elaborare un programma rivoluzionario ma intendeva più semplicemente determinare quali potessero essere i processi più idonei per dare ai giovani studenti e donne studenti il senso del contenuto e del metodo della scienza”.
“Alla conferenza – racconta sempre Bruner – erano presenti anche psicologi che avevano dedicato la maggior parte delle loro ricerche all’esame dell’intelligenza dei processi di apprendimento, della memoria, del ragionamento e della motivazione. E fu questa la prima volta, anche se può sembrare strano, in cui gli psicologi si riunirono con i maggiori scienziati per discutere i problemi impliciti nell’ insegnamento delle varie discipline. Gli stessi psicologi rappresentavano varie correnti come il behaviorismo, il gestaltismo, la psicometria, la psicologia evolutiva della scuola di Ginevra”.
Alla fine gli studiosi presenti si suddivisero in 5 gruppi di lavoro su altrettanti temi considerati centrali e strategici: ritmi di svolgimento di un programma, mezzi dell’insegnamento, motivazioni dell’apprendimento, ruolo dell’istruzione nell’apprendimento e nel ragionamento, processi conoscitivi nell’apprendimento.
Gli esiti della Conferenza furono ben presto presi in carico dalle autorità e fu chiaro a tutti, ma in particolare ai decisori politici, che, da quel momento in avanti, per definire programmi e metodi di insegnamento si sarebbe dovuto tenere conto dei risultati delle ricerche in campo pedagogico e psicologico.