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Per combattere inflazione e stipendi bassi i docenti si portano a scuola tramezzini e acqua in borraccia

L’ironia fa sempre bene, soprattutto in tempi bui e se condita da cultura, come nell’articolo sul tramezzino e D’Annunzio.

Ma precisiamo un fatto: noi insegnanti – come qualsiasi lavoratore “comune” senza buoni pasto – il panino ce lo prepariamo a casa, l’acqua (“del sindaco”, cioè del rubinetto, così si risparmiano plastica e soldini) la mettiamo in borraccia, e il caffè lo pigliamo alla macchinetta (imprecando, non tanto per la nota bontà di tale caffè ma per il disguido tecnico-ontologico della macchinetta che infila sino a tre stecchini nel bicchierino, anche e soprattutto se bevi senza zucchero: epifania dei problemi italici irrisolvibili).

La borsa casalinga del pasto si rende ahinoi necessaria, dati gli stipendi attaccati dal costo della vita che richiede (almeno nel Nord Italia) 10 euro o quasi per «tramezzino, bottiglietta di acqua e caffè» al bar.

Insomma, la professione insegnante si sta laureando ad honorem in Economia e Finanza (e a breve fonderemo una banca di categoria per il microcredito, memori del premio Nobel per la pace Muhammad Yunus).

Ogni tanto potremmo toglierci lo sfizio di desinare ai tavoli delle trattorie che con 12 euro offrono il pranzo completo, ma a quel punto, con un primo e secondo nello stomaco (contando che nelle amorevoli osterie il primo arriva fino a due etti di pasta…), di caffè ne servirebbero poi otto per rientrare in classe. Mentre, se si tratta di partecipare a una riunione tra colleghi, potremmo giustificare l’appisolamento improvviso affermando: «Sto solo imitando quel nostro senatore che si addormenta sempre… sapete, quello della Lazio? Dai, era solo per ridere un po’!».

Ma coi bambini e ragazzi mica ti puoi far venire i colpi di sonno. Scatterebbe una pacifica e spavalda insurrezione permanente (almeno fino a giugno), fatta di vendicativi abbiocchi tremendi sui banchi ogni qualvolta gli allievi sentano che a scuola si fanno un sacco di cose che per loro non hanno senso; «Cioè sempre?», chiederebbe qualche allievo…

Dunque noi insegnanti dovremmo armarci di pistole ad acqua pro-risveglio. No, non si può fare. Arriverebbe subito qualche genitore, pronto col bazooka ad acqua sporca.

Niente trattoria, manco una tantum. Torniamo al sobrio panino (magari non al quasi “bagnetto”, con acciuga, prezzemolo e aglio come il tramezzino di Torino; davvero da acquolina, ma poi sarebbero gli allievi a sparare: caramelle all’eucalipto dritte in bocca agli insegnanti).

Però… forse un panino non è la soluzione migliore per le nostre finanze.

I sindacati hanno firmato (tranne la Cgil) un rinnovo del contratto scuola 2022-24 in cui abbiamo perso l’11 per cento di potere d’acquisto: aumenti del 6 per cento, inflazione sul triennio del 17. E per la generalità dei lavoratori, siamo l’unico Paese in Europa in cui gli stipendi, in 30 anni, sono diminuiti (del 2,9 per cento) invece di aumentare: in Francia e Germania l’incremento è stato di oltre il 30 per cento (fonte: PresaDiretta, «La grande ricchezza»).

Altro che tramezzino: con quello che oramai costa il pane, ci conviene il riso bianco! In pausa pranzo un bel pugno di riso con giusto un filino d’olio (ma per l’extravergine usano ancora le olive o spremono il caviale?), e via in classe.

Ah già, ma a noi della scuola daranno gli arretrati! Allora sai che c’è? Il riso ce lo facciamo, ma quello caro e profumato: il basmati. Con gli arretrati ci paghiamo un riso chic. Evvai.

Degustandolo, essenziale sarà non pensare ai buoni pasto, per evitare l’indigestione: se e quando ci arriveranno, va a finire che ce li avrà già mangiati l’inflazione.

Daniele Ferro

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