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Perchè non bisogna farsi ingannare dalle classifiche di Eduscopio

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  • GUERINI

Tempo di orientamento per i ragazzi delle terze medie e dei loro genitori. Momento non facile, vista la delicatezza della scelta, che segnerà, comunque, la loro vita.

Non è cioè lo stesso scegliere un indirizzo o un altro, una scuola o un’altra. Per cui è bene che gli stessi ragazzi e le loro famiglie, con l’aiuto dei docenti delle scuole medie, prendano informazioni, riflettano bene, oltre che sulla preparazione di base, soprattutto su talenti e attitudini. Senza lasciarsi catturare dai lustrini delle vetrine delle scuole superiori, nelle varie esposizioni e negli open day. I lustrini non servono, mentre invece conta la sostanza, cioè l’incontro tra le attitudini personali e gli indirizzi di studio.

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Importante, dunque, guardarsi attorno e comprendere bene le opportunità.

Ad arricchire il parterre di questi strumenti di informazione, oltre alla “scuola in chiaro” presente nel sito del Ministero dell’istruzione, abbiamo anche l’indagine fatta dalla Fondazione Agnelli di Torino (“Eduscopio“), con una classifica dei migliori licei e istituti tecnici. In particolare, per l’edizione di quest’anno, per quella che viene definita la “occupabilità dei titoli di studio”, in funzione degli studi universitari (per i licei) per l’eventuale ingresso immediato (per gli istituti tecnici e professionali).

Dati importanti, che spinge alla comparazione tra le scuole sulla base dei risultati dei propri studenti. Un confronto positivo, certo, che, però, se assolutizzato, potrebbe ingenerare equivoci.

Mi spiego.

In particolare quest’anno sono stati messi a confronto, da questa Fondazione, con l’aiuto dell’università Bicocca di Milano, gli esiti lavorativi dei diplomati degli istituti tecnici e professionali di sette regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Basilicata e Sardegna). Mentre lo scorso anno l’indagine si era concentrata solo sui risultati universitari dei 700.000 studenti diplomati.

E’ evidente che ne escono delle classifiche, le quali, se assolutizzate, possono disorientare i nostri giovani e le loro famiglie in vista della scelta di una buona scuola media superiore.

I dati che si ottengono, cioè, se non ben compresi, rischiano di confondere, più che di aiutare.

Il motivo è semplice: se una scuola volesse, tanto per capirci, puntare a questo tipo di risultati, basterebbe che “selezionasse” gli studenti in modo crudo, così da promuovere solo coloro che raggiungono determinati standard. Con classi da 20 studenti, formate solo dai cosiddetti “eccellenti”. Troppo facile, troppo comodo. Non può essere questo il compito di una scuola in una società aperta, democratica, che offre strumenti di mobilità sociale.

Diverso è infatti insegnare ai bravi, difficile è dare una pari opportunità a tutti. È qui che si distingue il bravo docente, il buon lavoro di una scuola.

Il vero valore positivo è consentire a più studenti possibili il raggiungimento di risultati magari non ottimali, ma comunque positivi. E chi potrà mai dire, un domani, che studenti a prima vista non eccellenti, saranno invece coloro che, nella vita e nel lavoro, otterranno i migliori risultati, in termini di realizzazione personale? Non ci sono più, oggi, cordoni ombelicali precostituiti tra la scuola ed il mondo del lavoro. Chi dice che contano più i risultati, cioè le performance, dei processi? Ci vuole dunque prudenza.

Nelle prove Invalsi, ad esempio, non valgono i valori assoluti, ma solo il “valore aggiunto”, cioè la differenza tra la situazione di partenza ed il risultato finale.

Per cui, diamo pure una occhiata, confrontiamo, cioè, le scuole, come propone la Fondazione Agnelli, senza però lasciarsi ingannare dai numeri e dalle classifiche. Le quali vanno lette ed interpretate, calate cioè nel contesto della vita reale.