Nuova puntata della rubrica “Logos, storie e parole sulla scuola”. La Tecnica della Scuola ha intervistato Francesca Andreozzi, nipote del giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia nel 1984 e presidente della “Fondazione Fava”. Abbiamo parlato dello stretto legame di Fava con i giovani, e dei messaggi a favore della legalità, che tutt’oggi, a distanza di oltre quarant’anni, sarebbero ancora attualissimi.
Giuseppe Fava è stato un giornalista, scrittore, drammaturgo e intellettuale siciliano, noto soprattutto per il suo impegno coraggioso nel denunciare i rapporti tra mafia, politica e imprenditoria.
Fondò e diresse I Siciliani, una rivista che raccontava senza filtri la mafia catanese e il potere economico che la sosteneva. Celebre la sua inchiesta sui “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, imprenditori catanesi legati ai clan.
Scrisse romanzi, saggi e copioni teatrali. Spesso ripeteva che “a che serve vivere, se non c’è il coraggio di lottare?”. Fava venne assassinato a Catania dalla mafia. L’ordine di ucciderlo, secondo le sentenze, arrivò proprio a causa delle sue inchieste.
“Un uomo che ha scelto di fare il suo lavoro con la schiena dritta, senza scendere a compromessi – spiega Francesca Andreozzi – facendolo senza scopi personali ma per il bene della comunità. Un insegnamento fondamentale per i giovani, qualsiasi sia il lavoro che sceglieranno da adulti”.
“Fava spiega ai giovani l’origine della mafia ma poi restituisce loro la responsabilità di impegnarsi per lottare contro la mafia e lo fa in un modo che entusiasma, incuriosisce”.
Ma i giovani di oggi hanno esempi sbagliati? “Sono gli adulti che devono essere un buon esempio – dice Francesca – ci sono i social e il nostro compito è capire quali sono i loro bisogni e cosa vanno a cercare”.