Il sistema scolastico italiano sembra sopravvivere da decenni grazie ad un paradosso a dir poco incomprensibile: non è affatto detto che l’aumento di risorse e investimenti abbia come effetto quello di ridurre le disuguaglianze strutturali.
Ne parla l’economista Sandro Trento in un ampio articolo pubblicato sul quotidiano “Domani”: l’aumento dei finanziamenti e degli investimenti in infrastrutture (come quelli del PNRR) – sostiene Trento – non sono sufficienti a colmare le disuguaglianze strutturali se non accompagnati da una riforma profonda della didattica e dell’organizzazione.
Sebbene l’Italia si collochi, in termini di punteggio medio OCSE PISA, vicino alla media internazionale (471 punti contro 472), il problema critico risiede nella distribuzione dei risultati. A differenza della Finlandia, che riesce a garantire un alto livello di competenze con una varianza minima tra gli studenti, l’Italia soffre di una frammentazione profonda: circa il 30% degli studenti non raggiunge le competenze minime in matematica, una quota che peggiora drasticamente nel Mezzogiorno, dove oltre il 50% degli studenti non possiede basi sufficienti in italiano e matematica.
Un tema centrale è il passaggio dalla dispersione scolastica classica (l’abbandono degli studi) a quella che viene definita dispersione implicita. Si tratta di studenti che arrivano al diploma ma non possiedono le competenze minime necessarie; questo fenomeno è meno visibile ma più insidioso, poiché la scuola smette di essere un fattore di mobilità sociale e si limita a riprodurre le disuguaglianze di partenza.
L’articolo di Trento sottolinea come la trasformazione tecnologica stia aumentando il valore delle competenze cognitive, come la comprensione del testo e la capacità analitica. In un mondo dove l’intelligenza artificiale è sempre più presente, la scuola italiana mostra le sue maggiori fragilità proprio su queste competenze fondamentali. La didattica resta spesso ancorata a una trasmissione di contenuti che non si traduce in capacità di applicazione e comprensione profonda, lasciando gli studenti vulnerabili in un mercato del lavoro che richiede alta produttività e innovazione.
Per invertire la rotta, non basta agire in modo lineare sulle retribuzioni o sugli edifici. Secondo l’autore, è necessario intervenire su:
Per la verità il “paradosso” di cui parla Trento è conosciuto da tempo nella ricerca sociale sulla scuola.
E’ da più di mezzo secolo che gli studi internazionali hanno evidenziato che l’aumento degli investimenti è importante e fondamentale, ma non è affatto decisivo.
Ovviamente spendere di più, nel campo dell’istruzione, è molto importante ed è il primo passo, ma quello che fa la differenza è il “come si spende”.
Non da oggi numerose ricerche hanno evidenziato che contano molto che diversi fattori non monetari quali: