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Più spese militari, Draghi non lo esclude. Fratoianni dice no: prima Scuola e Ricerca, dove si taglia da anni (i numeri gli danno ragione)

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Rimane in piedi l’idea del Governo, tradotta in un ordine del giorno, sull’incremento delle spese per la difesa dall’1,54 al 2 per cento del Pil: non è stata approvata nel decreto Ucraina, approvato dal Consiglio dei ministri a fine marzo, per evitare che il conflitto di idee tra il premier Mario Draghi e il suo predecessore, Giuseppe Conte (oggi leader politico del M5s), sfociasse in uno scontro o peggio ancora in una crisi di Governo. Ma il passaggio da 21 a 25 miliardi (contro i 100 miliardi investiti dalla Germania nella difesa e gli oltre 50 della Francia) rimane plausibile, soprattutto se la guerra in Ucraina dovesse perdurare.

Fratoianni: il punto è individuare le priorità

A sottolinearlo è stato il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni: intervistato da Skytg24, il politico ha ricordato che “c’è una richiesta da molti anni da parte della Nato che l’Italia aumenti la sua quota di spese militari, già peraltro alta con oltre 65 milioni di euro al giorno”.

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Fratoianni tiene a “segnalare che ci sono anche altri obiettivi di spesa che il nostro Paese ha preso in sedi internazionali: dalla transizione ecologica agli impegni per scuola e ricerca, dove siamo enormemente al di sotto delle promesse fatte. Questo vale per un’infinità di settori. Allora il punto è individuare le priorità”.

Secondo il leader di Sinistra Italiana, pensare che “l’urgenza sia proprio quella di continuare ad aumentare le spese militari peraltro per gli eserciti nazionali, perchè la difesa europea rimane uno slogan, ritengo che sia sbagliato”.

Papa Francesco aveva detto: vergogna!

Lo scorso 24 marzo Papa Francesco aveva sconfessato la politica su cui starebbero operando il premier Mario Draghi e i principali Paesi europei, sembrerebbe favorevoli alla corsa al riarmo.

Durante l’udienza al Centro Femminile Italiano, infatti, il pontefice attacca duramente le scelte dei Governi: “Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono compromessi a spendere il 2 per cento del Pil per l’acquisto di armi come risposta a questo che sta accadendo, pazzi!”.

Flc-Cgil: è assurdo

Alcuni giorni fa, la Flc-Cgil aveva speso parole di condanna per l’incremento delle spese militari.

“Troviamo assurdo – ha fatto sapere il sindacato dei lavoratori della Conoscenza della Cgil – che in un Paese, agli ultimi posti per la spesa in istruzione in area OCSE, si investano 13 miliardi nell’acquisto di armi e non si trovino le risorse per un personale fondamentale per il funzionamento delle scuole e per la serena conclusione di un anno scolastico segnato ancora dall’emergenza sanitaria.

“Un pessimo segnale”

Anche il sindacato Anief ha detto che portare altri miliardi sul capitolo degli armamenti militari nazionali “sarebbe un segnale pessimo: i 2 punti maggiori di spesa rispetto al Pil dovrebbero piuttosto andare ad Istruzione e Ricerca, ai quali si continua invece a togliere”.

“L’investimento del Pnrr – ha specificato il sindacato – va sostenuto con ulteriori investimenti pubblici” nei settori dell’istruzione e della ricerca, “da attuare a regime: occorrono investimenti importante per infrastrutture, digitalizzazione, organici maggiorati, stabilizzazione dei precari e più tempo scuola, da svolgere da mattina a sera”.

La spesa per l’Istruzione in calo

In effetti, la spesa per l’istruzione in Italia si conferma tra le più basse nell’Unione europea, soprattutto dopo che è diminuita complessivamente del 7 % nel periodo 2010-2018: la nostra spesa pubblica resta ben al di sotto della media UE, sia in percentuale del PIL (il 4 % contro il 4,6 %) sia in percentuale della spesa pubblica totale, che all’8,2%, è la più bassa dell’UE (9,9%).

Addirittura per le scuole superiori in dieci anni l’impegno finanziario dell’Italia si è ridotto di quasi il 20%. E per l’Università l’impegno italiano è il più basso dell’Unione europea.

Se poi guardiamo agli stipendi del personale scolastico la situazione non cambia: l’aumento di circa il 4% del triennio 2018/2021 rimane al palo e nei prossimi mesi oltre un milione e 400 mila lavoratori della scuola, tra insegnanti e personale Ata, si dovranno accontentare dei pochissimi euro al mese che scatteranno con l’indennità di vacanza contrattuale.

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