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Aggiornato il 26.08.2025
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Programmi scolastici, da aggiornare, riformare o eliminare? Il dibattito è aperto

Tra i temi ricorrenti nel dibattito scolastico, soprattutto durante il periodo estivo, non manca mai quello relativo all’aggiornamento dei programmi scolastici. Programmi antiquati e antebellici, nozioni vecchie, inutili, obsolete che allontanano il discente dallo studio e ne gli causano, addirittura, disinteresse e demotivazione. Programmi vetusti, inutili, nozionistici, poco stimolanti, non sempre (o sottilmente) legati a sbocchi professionali qualificati e, per certe materie (italiano, storia), uguali per tutte le scuole superiori di secondo grado (licei, tecnici, professionali). E questo è un male perché studenti di tipologie differenti di scuole (e dalla capacità, passioni o ‘vocazioni’ dissimili) avrebbero bisogno, soprattutto in alcune materie, di programmi in parte o totalmente diversi.

Le critiche che più voci di docenti e studenti (e di persone competenti) muovono alla (presunta) mancata innovazione dei programmi e alla frattura tra il mondo reale e quello scolastico non sono del tutto infondate. È vero. Ma certo, affermare che dagli anni ‘60 in avanti non si sia cambiata una virgola nei programmi scolastici è eccessivo (anche chi contesta lo sa bene). Vediamo di chiarire meglio.

  1. Dagli anni ‘60 in avanti le varie riforme scolastiche messe in atto dal Legislatore hanno aggiornato (bene o male, timidamente o drasticamente) anche i programmi scolastici in varie materie (e hanno introdotto anche nuove materie, anche troppe, per venire incontro alle richieste della società).
  2. Parlare poi di programmi scolastici in senso tradizionale, come tutti sanno, non è neppure del tutto esatto. Non ci sono più programmi calati dall’alto, ma ‘indicazioni nazionali’ (una cornice ‘programmatica’ che comunque tiene conto delle peculiarità di ciascun percorso di studi superiore) a cui ogni scuola deve o può attenersi senza sentirsi rigidamente vincolata e ogni docente, nella sua libertà di insegnamento, può gestire e valorizzare secondo i suoi ‘desiderata’, le esigenze e le richieste della classe, i suggerimenti dei colleghi per elaborare, alla fine, un suo piano educativo-didattico. Un piano educativo che rappresenta soltanto una proposta didattica iniziale. Solo alla fine dell’anno, nella relazione finale, si dichiarerà quanto si è riusciti a realizzare (e non sempre i due documenti combaciano).
  3. Da tempo le case editrici scolastiche presentano, per le stesse materie, libri mirati a determinati ‘iter formativi’, più ampi o meno ampi, più ricchi di tematiche e argomenti o più asciutti ed essenziali, con un taglio più analitico o più riassuntivo.
  4. Negli ultimi decenni, in italiano, i manuali tendono a dar maggior visibilità agli autori contemporanei e a selezionare gli autori del passato.
  5. Certo, le indicazioni nazionali e i libri di testo possono conservare un impianto ancora non moderno. Bisogna però interpretare il tutto come dei suggerimenti, da accettare del tutto o in parte, e dei percorsi formativi non obbligatori e rigidi ma opzionabili e flessibili (da tagliare, rielaborare o incrementare) secondo le necessità del docente e della classe. Se una classe di una scuola superiore nel secondo biennio presenta difficoltà nella lettura e nella scrittura, si dovrà, ovviamente, lavorare di più su queste fragilità e ridurre (magari semplificare) lo studio della letteratura italiana. Quindi ogni docente ha ampi margini di manovra, fino a creare un suo percorso formativo per una determinata classe, potendolo poi cambiare per un’altra.

Il programma creato su misura per ogni classe non rende problematico (non più di tanto) l’esame di Maturità. L’unica prova di Maturità che può creare problemi, se alcuni argomenti non sono stati svolti, può essere la seconda prova scritta (decisa dal Ministero). Qui però devono agire con prontezza e saggezza i Commissari interni.

Insomma, l’aggiornamento dei programmi, forse, è opportuno, ma sinceramente, al momento, non mi sembra un’urgenza improrogabile. Ricordiamo due ‘aggiornamenti’ del passato (non gli unici) dai risultati non esaltanti. L’inizio dello studio della nascita della letteratura italiana inserito al primo biennio (e non all’inizio del terzo anno) nel tentativo di dare più spazio, nell’ultimo anno, alla letteratura del ‘900. Lo studio dell’Alto Medioevo (e anche l’inizio del Basso Medioevo) a partire dal primo biennio (e non a cominciare dal terzo anno), con la speranza di arrivare a dedicare l’anno terminale solo al ‘900 (qualche testo è arrivato anche ad analizzare i fatti degli ultimi anni, ma questa non è storia, è altro). Due ‘grandi’ innovazioni dai pochi e piccoli frutti.

E poi cos’è antico, cosa moderno? Sono inutili le figure retoriche (ne usiamo continuamente!)? Una terzina ‘politica’ di Dante, se ben spiegata, può essere assai attuale e anche apprezzata al pari di testi contemporanei (e per capire bene la letteratura contemporanea bisogna minimamente conoscere, anche con metodi induttivi, le grandi ‘narrazioni’ del passato). Le novelle del Boccaccio (eventualmente ‘tradotte’) sembrano, spesso, descrivere la società in cui viviamo meglio dei racconti moderni. Una poesia del Petrarca, prima correttamente spiegata, conserva sempre, per tutti, un fascino senza tempo ed è sempre ben accolta da un animo sensibile. E si potrebbe andare avanti in questo senso con i classici. Esistono letterariamente ‘valori assoluti’ che non si possono cancellare.

Non trasformiamo la scuola e le scuole tecniche in centri di produzione di uomini-‘macchine’, pronte all’uso una volta finito il percorso. Bisogna insegnare a vivere, non a sopravvivere. Coltivare la spiritualità e l’inquietudine spirituale. Si aggiorni pure dunque, ma con prudenza. Piuttosto si crei nei ragazzi la curiosità di sapere il più possibile, in ogni campo dell’agire umano, sapere e conoscere non solo la varietà del mondo che li circonda ma anche quella del mondo dei loro padri e nonni.

Andrea Ceriani

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