Home Attualità Puntare sull’Istruzione per uscire dalla crisi?

Puntare sull’Istruzione per uscire dalla crisi?

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Osservando come il Governo sta conducendo la lotta contro il covid e come si sta ponendo di fronte alla crisi dei settori produttivi, all’aumento della povertà e della disoccupazione e al vertiginoso calo del Pil, sembra proprio che non abbia un piano razionale per riprendere la marcia e riportare la Nazione quantomeno alle condizioni pre-pandemia.

Basta leggere le prime pagine dei giornali di questi giorni per capire che qualcosa non funziona, c’è del “marcio”, che lascia perplessi, insieme ad un odore di rissa che non lascia tranquilli e sbanda  i cittadini.

Infatti, fino a qualche ora fa la lite è tutta poggiata sulla pietra dove è conficcato il Mes: estrarlo, come fece Artù con Excalibur, o lasciarlo al suo posto?

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Intanto, fanno osservare gli economisti, il debito pubblico cresce e peggio dell’Italia in Europa c’è solo la Grecia, mentre l’INPS sembra ingovernabile, i suoi debiti crescono e sono in tanti a parlare di nave in tempesta.

Toccherebbe allora alla politica risolvere, indicare la strada e dare soluzioni, e invece appare sempre più evidente che i rappresentanti del popolo sono più preoccupati dalla prossima campagna elettorale che di dare fiducia al Paese, mentre un partitino come quello di Matteo Renzi (al lumicino secondo le proiezioni) minaccia secessioni, così come accadeva nella famosa Prima repubblica dove i Liberali, con qualche 2% di voti, condizionavano l’intera politica nazionale.

Da dove partire allora? Sembra unanime, da parte di economisti e politologi, l’indicazione di ripartire dall’Istruzione, quella alla quale si è sempre poco creduto, dalla scuola e dunque dagli insegnanti; ma occorre pure investire nella Sanità in tempi in cui i cambiamenti climatici e le emissioni di biossido porteranno altre malattie e dunque bisogno di cure e ospedali.

Si dice che siamo seduti su una miniera d’oro grazie ai beni culturali e paesaggistici: perché non puntare allora a strutturare un piano serio “per i settori dell’ospitalità e della ristorazione che elargisce il 40% del PIL nazionale?”. 

Secondo il rapporto Enit, infatti, nel 2019 ci sono stati 131,4 milioni di arrivi, 436,7 milioni di presenze e una crescita del 2,6% sull’anno precedente, arrivando a occupare circa 4,2 milioni di persone. Una miniera d’oro che prima della pandemia pesava per circa il 13% del Prodotto interno lordo.

E prima del covid in Italia erano presenti circa 33 mila alberghi, per oltre 2,23 milioni di posti letto, e 183 mila esercizi extra alberghieri, mentre nel 2019 la spesa del turismo internazionale era cresciuta del 6,6% e si era registrato un aumento del pernottamenti del 4,4%. Stesso incremento era stato rilevato anche dai dati sugli arrivi aeroportuali che avevano chiuso i primi 11 mesi 2019 con un +4% di passeggeri totali.

In questo assit per l’economia italiana la scuola assume un ruolo strategico, in funzione proprio di questo patrimonio culturale che l’Italia custodisce, quel patrimonio immateriale di sapere e conoscenza che ha nelle aule scolastiche gli attrezzi più utili per allargare quella miniera e farla rendere al massimo delle sue potenzialità.

Se il Governo, e non solo questo, ma anche i futuri, invece di litigare e pensare, come viene fatto osservare, alla poltrona e a come garantirsela, incominciassero a immaginare di sfruttare l’istruzione anche per portare ricchezza al Paese, forse la pandemia si combatterebbe meglio.

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