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Quando il lock down crea il lock out: ricerche e indagini lo rivelano in tutto il mondo

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Si estendono in tutto il mondo le ricerche a testimonianza del divario sociale che si sta creando in regime di lock down tra quanti hanno e non hanno accesso alla didattica a distanza.

L’ultima è stata realizzata dall’Università di Kasetsart di Bangkok, in Thailandia, che ha coinvolto 678 scuole di 67 province dello Stato asiatico.

Analogamente a quanto rilevato a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio e similarmente a quanto ha scoperto in Gran Bretagna l’Institute for Fiscal Studies – IFS, anche nelle scuole thailandesi i bambini e i ragazzi che non riescono a prendere parte alla didattica on line o vi partecipano in modo parziale e discontinuo sfiora il 70%. Seppure in aree del mondo e in contesti completamente differenti, con sistemi scolastici organizzati in modalità diverse, i dati del lock out (essere estromessi, rimanere fuori) sono sorprendentemente simili.

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Sempre dallo Stato asiatico arrivano altre conferme a quello che sta diventando un fenomeno globale, spesso ignorato o affrontato con misure temporanee da parte dei Ministeri competenti, ovvero la forte mancanza all’accessibilità all’insegnamento, quando questo viene erogato in modalità sincrona sulla rete web; attualmente infatti in Thailandia sono oltre il 45% del totale degli studenti a non poter accedere affatto alle lezioni online, spesso a causa della mancanza di dispositivi – soprattutto nelle aree rurali – e ad essere del tutto tagliati fuori dall’istruzione.

Altro fattore comune in tanti paesi del mondo si rivela essere la difficoltà di gestire le attività sul web da parte dei familiari, che in Asia come in Europa, e ci si attende arrivino altre indagini anche da altre parti del mondo, trovandosi in molti casi in smartworking, non possono dedicare l’attenzione richiesta per questo tipo di didattica a distanza.

Non mancano infine altri dati simili a quelli che si stanno evidenziando in Europa, che l’indagine dell’Università di Bangkok ha messo in luce, tra cui per esempio la difficile se non impossibile valutazione degli apprendimenti, quando questi avvengono attraverso canali televisivi – il Ministero dell’Istruzione thailandese ne ha attivati 6 solo per gli studenti –, nel tentativo di fornire comunque un percorso didattico in tempi di lock down, che tuttavia non provvedono a compensare il tradizionale orario di lezione che nelle regioni prese in considerazione comprende 6 ore giornaliere.

Infine, anche il controllo delle presenze e dell’effettiva partecipazione alle lezioni in modalità DAD si presenta come un problema da non sottovalutare, sia in base a quanto afferma la recente citata ricerca dell’Università di Kasetsart, e stando anche a quanto, anche in questo caso, è un problema comune nel sistema globale dell’education.

I timori dei ricercatori, da Londra, come da Roma e Bangkok, è quello di trovarsi presto di fronte a generazioni di bambini e bambine “locked out”, tagliati fuori, che in un’ipotesi di rapida o meno rapida ripresa delle attività scolastiche in presenza, dovranno fare i conti con il serio e forse incolmabile gap rispetto a quanti alla DAD hanno avuto maggiore facilità di accesso.

(Fonte, TheThaiger, 19 maggio 2020, https://thethaiger.com/)

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