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Quando la poesia è sogno e il poeta il messaggero: nuova silloge di Iolanda Cuscunà

Pasquale Almirante

Il sogno in effetti lo fece Giacobbe: una scala verso il cielo, dopo la fuga presso lo zio Labano; ed è pure lui che racconta le sue storie a Thomas Mann, mentre travalica deserti e montagne col suo gregge. 

Esaù invece, il fratello che gli vendette la primogenitura per il piatto di lenticchie, sogna vendetta, che non gli riesce, mentre riesce ad aprire squarci singolari di riflessioni il nuovo libro di Iolanda Cuscunà, “Il sogno di Esaù”, Nous edizioni, che va ad aggiungersi al precedente, “Tace l’umano”, dello stesso editore. 

Anche questa è una raccolta di poesie, in dialetto e in italiano, e che hanno però tutto il sapore degli aforismi lanciati al lettore per farlo riflettere, ma pure, quando è il caso e il momento, di indurlo a sognare e sperare, ad aprire le porte della sua coscienza per trattenere il soffio di parole di perdizione, per chi ha l’animo predisposto. 

E di redenzione, di cui il poeta si incarica di essere il messaggero, che sa tendere le corde, con le vibrazioni della sua arte, della conoscenza di sé e del mondo che lo circonda, e dove la musicalità del verso può raggiungere le vette dell’epica o il canto delle sirene acquattate fra le onde. 

E intanto Esaù, il perdente, ma pure il defraudato, se lo sguardo scruta gli altri risvolti che lo riguardano, lo si scorge vagare alla ricerca di giustizia, forse, mentre l’arsura, che ogni afflitto si porta con sé, gli mostra miraggi di mari, di balene sonnolente, di deserti assolati che percorre in un soffio, come fece Caino. E per dare solennità universale alle sconfitte subite, ma pure ai destini che inattesi intervengono, il verso dialettale duetta con l’italiano aulico, in un miscuglio assonante che fa bene alla parola. 

Breve, come il verso lapidario, definitivo, che però non dà soluzioni, come è nel suo costume.

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