Bisognava arrivare all’intollerabile, bisognava che una “guerra” diseguale e trasformatasi in una orrenda carneficina si affacciasse tutti i giorni e da mesi e mesi sui nostri schermi televisivi affinché l’indignazione crescesse e da questa scaturisse la protesta che il 22 settembre 2025 ha visto finalmente nelle piazze italiane moltissimi lavoratori, studenti, cittadini, gente comune e personaggi famosi, tutti uniti nella condanna della persecuzione del popolo palestinese.
Oggi lasciamo da parte analisi più o meno sottili di ciò che accade a Gaza e guardiamo soltanto ai fatti: un intero popolo è perseguitato, sradicato dalle proprie case o meglio da quello che resta delle proprie case. Gaza è ridotta ad un ammasso di macerie sulle quali si affacciano gli avvoltoi che già pensano alla lucrosa ricostruzione. Cito il Washington Post
del 2 settembre scorso:
Un piano postbellico per Gaza che circola all’interno dell’amministrazione Trump, modellato sulla promessa del presidente Donald Trump di “prendere il controllo” dell’enclave, la trasformerebbe in un’amministrazione fiduciaria amministrata dagli Stati Uniti per almeno 10 anni, mentre si trasformerebbe in una scintillante località turistica e in un centro tecnologico e manifatturiero ad alta tecnologia. Il progetto di 38 pagine visionato dal “Washington Post” prevede almeno un trasferimento temporaneo di tutti gli oltre 2 milioni di abitanti di Gaza, sia attraverso quelle che definisce partenze “volontarie” verso un altro paese sia in zone ristrette e sicure all’interno dell’enclave durante la ricostruzione. A coloro che possiedono terreni verrebbe offerto un token digitale dal trust in cambio dei diritti di riqualificare la loro proprietà, da utilizzare per finanziare una nuova vita altrove o eventualmente riscattato per un appartamento in una delle sei-otto nuove “città intelligenti alimentate dall’intelligenza artificiale” da costruire a Gaza. Ogni palestinese che sceglie di andarsene riceverà un pagamento in contanti di 5.000 dollari e sussidi per coprire quattro anni di affitto altrove, oltre a un anno di cibo.
Quello che sembrava all’inizio un meme, con Netanyhau e Trump in una Gaza trasformata in città californiana ecco, è diventato realtà. Che orrore! Che devastante caduta di ogni sentimento umano! Oggi ci conforta sapere che la manifestazione del 22 settembre ha visto una imponente partecipazione.e che la scuola, in tutte le sue componenti ha dato un contributo forte e significativo alla riuscita della giornata.
La scuola non può e non deve educare alla guerra, non foss’altro per rispetto della Costituzione italiana che esplicitamente ripudia la guerra. La scuola non può e non deve educare all’indifferenza e all’egoismo e deve insegnare che le radici dell’odio possono essere divelte e che la violenza, quella stessa violenza che ogni giorno insidia la nostra quotidianità, ci ricaccia indietro, verso un mondo ferino in cui vale la legge della jungla. Sono tante le forme di violenza nel mondo e nessuna può essere accettata: è violenza lo sfruttamento del lavoro, la devastazione della Natura, la condanna alla miseria di intere masse umane. A Gaza, però, si è andato oltre: in nome della vendetta per l’eccidio del 7 ottobre si sta sterminando la popolazione civile, che prima del 7 ottobre da decenni viveva sotto il tacco del sopruso israeliano. Vogliamo ricordare ancora una volta le parole pronunciate pronunciate in Senato da Giulio Andreotti nel 2006: “Nel 1948 l’ONU ha creato lo Stato di Israele e lo Stato arabo: lo Stato di Israele esiste, lo Stato arabo non esiste. Io credo che chiunque di noi, se non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista”.
Bene, adesso il governo di Israele sta mettendo le premesse perché l’odio cresca (si può non odiare chi ha ucciso i nostri genitori, i nostri fratelli, distrutto le nostre case e poi ci ha cacciati via, verso un destino di sofferenza?). Noi che siamo lontani dal teatro del massacro dobbiamo appoggiare con tutte le nostre forze chi subisce inerme questa aggressione ignobile. Adesso la parola d’ordine giusta non è “Pace”; anche Israele auspica la pax romana. Per quello che possiamo facciamo pressione affinché la pace non sia la morte della Palestina e di quanti più possibili palestinesi. Oggi la parola d’ordine è “Cessare il fuoco immediatamente”.
Purtroppo non abbiamo il potere di imporla come richiesta a chi ci governa e decide per noi; ma possiamo ricordare a questo governo, così tenero con i forti e che ad ogni momento rivendica l’investitura popolare, che il popolo non vuole il massacro di un altro popolo, che il popolo ripudia la guerra e che, infine, i soldi spesi in armi meglio sarebbe spenderli in sanità, scuola, miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini italiani. Si tratta di aver buon senso e onestà. Per chiudere su un’atrocità verbale che in questi giorni ritorna in molte sedi (tanto è scellerata, atroce, priva di senso) sappia, il presidente della Federazione Amici di Israele, Eyal Mizrahi, che nel corso di un confronto con Enzo Iacchetti in una trasmissione televisiva, ha chiesto, tra lo sgomento generale, la definizione di bambino, che noi e tutta la scuola e tutta la società civile quella definizione l’abbiamo chiara. Si riduce ad una sola parola: innocente. Di stragi degli innocenti è piena la Storia, ma questa dannata ripetizione deve finire.