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Religione cattolica a scuola, mi avvalgo o non mi avvalgo? I vescovi: dite sì, non è proselitismo

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L’insegnamento della religione cattolica non è proselitismo, ma un’occasione di “ascolto” e “confronto serio e culturalmente fondato” su temi centrali della vita e della fede: sono questi gli argomenti toccati dalla presidenza della Cei alla vigilia della decisione di studenti e genitori sulla possibilità di optare, in coincidenza dell’iscrizione al nuovo anno scolastico, per l’insegnamento della religione cattolica.

“Si risponde alle domande più autentiche degli alunni”

La Conferenza episcopale ha diffuso un messaggio – riportato dall’Osservatore Romano – ricordando specificità e rilevanza di un insegnamento che negli anni ha dimostrato di essere sempre largamente apprezzato dalla maggioranza delle famiglie.

Questo insegnamento, sostiene la Cei, è “un’occasione di ascolto delle domande più profonde e autentiche degli alunni, da quelle più ingenuamente radicali dei piccoli a quelle talora più impertinenti degli adolescenti”.

In mezzo alla notizia

Per questo motivo, “le indicazioni didattiche in vigore per l’Irc danno ampio spazio a queste domande; a loro volta, gli insegnanti di religione cattolica sono preparati all’ascolto, presupposto per sviluppare un confronto serio e culturalmente fondato”.

“Come insegna Papa Francesco…”

Dopo aver ricordato i contenuti del Sinodo dei vescovi dello scorso mese di ottobre, la Cei si è soffermata su come i giovani si siano dimostrati “sensibili alla figura di Gesù, quando viene presentata in modo attraente ed efficace”, e desiderosi di conoscerlo.

L’insegnamento, continua la Cei, “è il luogo più specifico in cui, nel rigoroso rispetto delle finalità della scuola, si può affrontare un discorso su Gesù. Come insegna Papa Francesco, non si tratta di fare proselitismo, ma di offrire un’occasione di confronto per lasciare che ognuno possa, nell’intimo della propria coscienza, trovare risposte convincenti”.

I vescovi si rivolgono anche ai docenti

Di qui l’auspicio che “anche quest’anno siano numerosi gli alunni che continueranno a fruire di tale offerta educativa, finalizzata ad accompagnare e sostenere la loro piena formazione umana e culturale”.

L’insegnamento della religione cattolica è regolato ancora dalla revisione del Concordato del 1984: secondo i vescovi, “si è ormai consolidato come apprezzata componente del curricolo scolastico ed è scelto da una maggioranza ancora cospicua di studenti e famiglie, che vi trovano risposta soprattutto in termini di formazione personale, di proposta educativa e di approfondimento culturale”.

Per rispondere sempre meglio a questa richiesta, conclude la Cei, “gli insegnanti di religione cattolica potranno trovare ulteriori e importanti sollecitazioni dal Sinodo dei vescovi che si è concluso nelle scorse settimane e che è stato dedicato proprio ai giovani, cui la Chiesa intende rivolgere un’attenzione sempre maggiore”.

I dati Miur

L’attenzione della Cei per l’avvalersi o meno dell’insegnamento della religione a scuola, non è casuale: i vescovi sanno bene che negli ultimi anni la tendenza è stata quella della lieve ma costante riduzione di allievi che non si avvalgono.

Di recente, i dati Miur, riportati da Repubblica.it e riportati dalla Tecnica della Scuola, ci dicono che alle superiori oltre 560 mila ragazzi (il 21%)  ogni settimana preferiscono fare altro durante l’ora di religione, come uscire dalla scuola in anticipo o entrare dopo, se nell’orario l’ora è piazzata in chiusura o in apertura.
In alternativa i ragazzi potrebbero sfruttare le ore di religione per dedicarsi al recupero di qualche lacuna o seguire le attività alternative organizzate dall’istituto.

È al Nord che si registrerebbe la disaffezione maggiore, con numeri che toccano il 30,4%,  quasi uno studente su tre. Addirittura in alcune Regioni, come la Valle d’Aosta (41,6%) e la Toscana (37,4%), la fuga dimezza le classi. Al Sud, con l’8,5% di studenti che escono dalle aule, ancora l’appeal della “disciplina” resiste.

Lo Snadir contesta però quei dati

Secondo il sindacato Snadir, però, questi dati non sarebbero corretti: “stando all’ultima rilevazione ufficiale a disposizione relativa all’anno scolastico 2014/2015, soltanto il 12,2% degli studenti decide di non avvalersi dell’Irc (una percentuale decisamente irrisoria rispetto a quanto riportato dall’articolista). A questo, aggiungiamo che, al di là di numeri e percentuali, non viene minimamente considerato il fatto che la maggior parte degli istituti, invece di attivare gli insegnamenti alternativi all’Irc, lascia agli studenti un’ora vuota e disimpegnata”.

Secondo il sindacato, “scegliere di non frequentare l’ora di religione si traduce quindi, nella testa degli studenti, nella possibilità di seguire meno ore scolastiche. E diciamolo chiaramente: per un adolescente la possibilità di fare un’ora in meno di scuola a settimana è una tentazione spesso irresistibile”.

Orazio Ruscica, segretario nazionale Snadir, preferisce invece ricordare che i “sette milioni di studenti (dati ministeriali), credenti e non, che scelgono di frequentare l’insegnamento della religione mostrano di apprezzare tale insegnamento, che offre loro un solido orizzonte culturale per praticare la tolleranza intesa come impostazione dialogica dell’esistere, come educazione all’esercizio della libertà in una prospettiva di giustizia e di pace”.