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Renzi e Giannini: opinioni divergenti sulla scuola?

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  • GUERINI

Nel pomeriggio del 24 febbraio, al Senato, la scuola è salita in cattedra grazie al neo Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha ribadito un punto fermo: bisogna ripartire dalla scuola e dagli insegnanti oltre che cambiare il patto di stabilità e investire alcuni miliardi nelle scuole da giugno a settembre. 
Prima di entrare negli specifici aspetti programmatici, il Premier ha tenuto a sottolineare il valore del ruolo degli insegnanti che questo governo ha particolarmente a cuore. 
Renzi ha precisato che “è necessario restituire valore sociale agli insegnanti, non c’è bisogno di denaro ma di rispetto per chi svolge la funzione di collaboratore nella creazione di una libertà”. 
E ancora: “Bisogna coinvolgere dal basso gli operatori della scuola in ogni riforma. Vi sono studi di economisti che dimostrano come un territorio che investa in educazione e capitale umano è più forte”. 
Ma cosa vuol dire precisamente che bisogna coinvolgere dal basso gli operatori della scuola in ogni riforma? 
Forse Renzi vuole significare che la “Costituente della scuola” messa in campo dall’ex ministro Carrozza è la strada giusta? Se così fosse si potrebbe dire che le opinioni di Renzi e del ministro dell’Istruzione Giannini in materia di riforme sulla scuola divergono con ogni evidenza. Infatti l’attuale responsabile del Miur, al contrario di quanto sostenuto da Renzi, sarebbe scettica sulla consultazione dal basso. 
E allora, quale linea sulla scuola adotterà questo Governo? Quella indicata da Renzi, in Senato nel giorno della fiducia, che auspica condivisione e confronto, magari anche con i sindacati, o quella manifestata dal ministro Giannini nelle sue più recenti esternazioni? Ma se Renzi vuole realmente restituire prestigio sociale agli insegnanti deve incontrare le rappresentanze sindacali e concretizzare in atti normativi e contrattuali, quanto ha espresso davanti alle Senatrici e ai Senatori. 
In buona sostanza per ridare speranza alla scuola bisognerebbe cambiare rotta, risolvendo il disagio dei docenti e rinnovando sul piano economico e normativo il contratto, ormai scaduto economicamente dal 2009. Ma il timore che esiste tra i lavoratori della scuola, è quello di trovarsi con un rinnovo contrattuale peggiorativo, dove alla diminuzione dei diritti faccia riscontro una proporzionale pretesa dei doveri, senza incrementi stipendiali significativi. D’altronde questa è la logica che ha ispirato quello che già più volte abbiano definito la “destrutturazione del contratto collettivo di lavoro della scuola”. 
Anche la nomina di un Ministro dell’istruzione proveniente da un’area politica che aveva proposto l’innalzamento dell’orario di servizio settimanale degli insegnanti delle scuole secondarie, da 18 a 24 ore, a parità di salario, alimenta sospetti e crea diffidenze. Il Senato è pronto a dare la fiducia a questo governo geneticamente creato dalla direzione del partito democratico, ma gli insegnanti, che la fiducia l’hanno ormai persa, attenderanno di vedere gli atti concreti. Le parole non sono più sufficienti, adesso si attendono i fatti, altrimenti alla fiducia di Palazzo, attribuita al governo Renzi, corrisponderà la piena sfiducia del popolo della scuola.