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Sale età pensionabile, il Governo non sa più come giustificarla: ora attende le proiezioni Istat

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Sull’innalzamento dell’età pensionabile il Governo non vuole cedere: ora, per prendere tempo, ha fatto sapere di volere attendere i risultati dell’Istat di inizio autunno.

Al secco no del viceministro dell’Economia Enrico Morando, hanno fatto seguito quelle del ministro del Lavoro Giuliano Poletti pronunciate il 30 agosto al termine dell’incontro con Cgil, Cisl e Uil sui temi della previdenza: il tema “potrà essere discusso quando l’Istat avrà diffuso i dati” tra settembre e ottobre, ha tagliato corto Poletti.

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L’impressione, però, è che il Governo abbia già deciso: perché, ricordiamo, le ultime indicazioni Istat sull’aspettativa di vita dell’italiano medio sono state in controtendenza rispetto a quanto si prevedeva e alle ipotesi della stessa riforma Fornero. Ma anche se l’aspettativa di vita del 2015 in Italia è scesa, l’Esecutivo ha tirato dritto con il suo programma di elevazione dell’età anagrafica per accedere alla pensione di vecchiaia. Perché stavolta dovrebbe fare il contrario?

L’unica certezza da sottolineare è che la questione del meccanismo automatico dell’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita si svelerebbe, una volta per tutte, come una mera scusante per alzare l’età di uscita dal mondo del lavoro. E gravare, quindi, più tardi possibile sulle casse dell’Inps.

E le risorse a disposizione, con la Legge di Bilancio, verranno confluite tutte sui giovani. In particolare, su coloro che hanno iniziato a versare i contributi a partire da gennaio 1996. Questi attuali 40enni (nemmeno troppo giovani!) sono infatti stretti tra carriere discontinue e prospettiva di uscire con l’assegno di vecchiaia più che settantenni, anche per via del sistema interamente contributivo cui devono sottostare, si ritrovano con prospettive pensionistiche davvero grigie.

Se le intenzioni verranno mantenute, il Governo vuole mandarli in pensione prima dei 70 anni e con 20 anni di contributi avendo maturato un trattamento pari a 1,2 volte l’assegno sociale (448 euro), invece dell’attuale 1,5.

 

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“In sostanza – spiega l’Ansa – questa soglia verrebbe ridotta e quei giovani uscirebbero con un assegno minimo di circa 650-680 euro, perché verrebbe aumentata anche la cumulabilità tra assegno sociale e pensione contributiva. Ossia verrebbe innalzata la quota cumulabile dell’assegno sociale dall’attuale un terzo al 50% (quindi 224 euro). Nella somma andrebbero comprese anche le maggiorazioni sociali”.

I sindacati, tuttavia, non sembrano brindare. Soprattutto per l’esito delle pensioni. Per la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, ci sarebbe addirittura “un’ampia reticenza da parte del governo a dire che la questione è all’ordine del giorno” e bisogna invece intervenire subito.

I prossimi appuntamenti sono fissati per il 5 settembre (sui temi del lavoro), il 7 e il 13 settembre (ancora sulle pensioni). Ma “entro la fine del mese di settembre e, comunque, prima della presentazione della legge di bilancio bisogna arrivare ad un risultato”, ha avvertito il leader della Uil, Carmelo Barbagallo.

Per la Cisl, come ha detto il segretario confederale Maurizio Petriccioli, si tratta di “ipotesi positive ma ancora non sufficienti per tenere insieme il necessario ripristino delle condizioni di flessibilità con il tema dell’adeguatezza dei trattamenti pensionistici”. Altro capitolo al centro del confronto quello della previdenza complementare, con l’ipotesi di incentivare la Rita, la Rendita integrativa temporanea anticipata, anche con la detassazione. E di consentire che la pensione integrativa possa fare da reddito ponte per chi vuole uscire prima (oggi questo vale solo all’interno dell’Ape social).

 

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