Sulla vicenda degli studenti che fanno “scena muta” all’esame di Stato riceviamo dal Prof. Nicola Ferrigni questo contributo al dibattito.
Il prof. Ferrigni è professore associato di Sociologia all’Università degli Studi della Tuscia oltre che Direttore dell’Osservatorio permanente sui giovani “Generazione Proteo”
Quanto accaduto al liceo Fermi di Padova e al liceo Galilei di Belluno non è un semplice gesto di rifiuto. Due studenti hanno scelto, in modo diverso ma altrettanto chiaro, di non sostenere il colloquio orale dell’esame di maturità. Non per superficialità o disinteresse, ma per inviare un messaggio forte e simbolico su come oggi tanti giovani vivono la scuola: con distanza, con fatica, a volte con rassegnazione. Una scuola che valuta ma non ascolta, che misura ma non riconosce. È una protesta simbolica, silenziosa, profondamente pacifica. Ed è proprio per questo che colpisce. Perché si impone senza rumore, ma con forza. Perché non cerca la ribalta, ma lascia un segno duraturo. In un tempo in cui le parole spesso si consumano in un giorno, un gesto come questo vale più di mille slogan.
Come sociologo e professore universitario, non posso che leggere questi gesti come forme di agency giovanile, come atti simbolici di grande maturità civica, capaci di riportare l’attenzione sul senso profondo dell’educare. Sono forme di dissenso non violente che hanno una forza dirompente: non bloccano strade, ma aprono riflessioni. Non alzano la voce, ma interrogano le coscienze. È una forma di dissenso silenzioso ma potente, perché si esercita non con lo scontro, ma con l’interruzione. E in questa interruzione si apre uno spazio di riflessione collettiva.
Il mondo della scuola è oggi attraversato da una crisi di legittimità simbolica. Gli studenti non contestano la conoscenza, ma la forma in cui viene somministrata, valutata, gerarchizzata. Quando la valutazione diventa un dispositivo burocratico più che educativo, perde forza pedagogica e diventa un atto di controllo. E questo, i ragazzi lo percepiscono con lucidità.
E ancora una volta – come già accaduto con Greta Thunberg e altri movimenti giovanili globali – sono i giovani a richiamare il mondo adulto alla responsabilità. A fare quello che forse dovremmo fare noi per primi: fermarci, prendere posizione, rifiutare modelli svuotati di senso, e provare a rimettere il merito, l’equità e il rispetto al centro.
La scuola ha bisogno urgente di un ripensamento. E non basta l’impegno quotidiano di tanti lodevoli insegnanti, che già innovano, ascoltano, sperimentano, se poi manca un disegno politico e istituzionale che accompagni davvero questa trasformazione. Perché la verità è che la scuola è già in trasformazione, ma lo è dal basso: sono i docenti, le classi, i laboratori, le relazioni a produrre innovazione. Ma senza una cornice culturale e normativa che riconosca questo sforzo, il rischio è che tutto resti frammentato, precario, invisibile.
Al contrario, quando le Istituzioni rispondono al dissenso con il rigore, come ha fatto il Ministro Valditara evocando la bocciatura come reazione disciplinare, si erge un muro là dove servirebbe aprire un dialogo. Si reprime un segnale, invece di decifrarlo. Il Ministro Valditara ha risposto a un gesto simbolico con toni punitivi, alimentando una logica del rigore che non aiuta né il dialogo né la comprensione.
Già nel 2023, nel Rapporto annuale dell’Osservatorio permanente sui giovani “Generazione Proteo” – che ho costituito nel lontano 2012 – abbiamo raccolto le voci di oltre 4.000 studenti italiani tra i 16 e i 19 anni. I dati parlavano chiaro: il 36,3% degli studenti italiani non considera il voto un elemento importante, il 24,7% lo ritiene ingiusto e arbitrario, il 9,2% lo giudica “fuori tempo”. Solo il 17,8% lo considera meritocratico, e appena il 10,5% lo considera davvero imprescindibile.
Ma è ancora più significativo ciò che chiedono: una scuola che sappia riconoscere la capacità di risolvere problemi (35,9%), la creatività (26,8%), la collaborazione (19,3%). Una scuola che guardi avanti, non indietro. Che prepari alla vita, non solo all’esame. La loro protesta non è un capriccio. È una richiesta di senso. È una domanda di rinnovamento. E sta a noi, come docenti, studiosi e cittadini, decidere se ignorarla, oppure ascoltarla e raccoglierla con serietà.
Caro Ministro, il disagio che questi gesti raccontano non va represso, va compreso. Non è un segno di debolezza riconoscerlo. È il punto di partenza per costruire, insieme, una scuola più giusta, più umana, più contemporanea.