Il docente e content creator Vincenzo Schettini è stato ospite della puntata di giovedì 22 gennaio del podcast The Bsmt di Gianluca Gazzoli. In due ore di chiacchierata il professore di fisica ha parlato a tutto tondo di vari temi, tra cui molti di grande interesse per la scuola.
“Resto a Monopoli e insegno ancora due giorni a settimana, il lunedì e il martedì. Questo mi permette di conoscere la scuola dall’interno, con i suoi pregi e i suoi difetti. Voglio dimostrare ai giovani che oggi, nell’era della rete, si può lavorare da casa e connettersi con tutto il mondo senza dover necessariamente prendere la ‘valigia di cartone’ e andare via, come fece mia madre negli anni Sessanta per andare a insegnare a Como”, ha raccontato.
Ecco cosa ha detto sui suoi inizi: “Ho iniziato su Facebook intorno al 2013. In classe c’era distrazione e ho capito che potevo usare i social per far vedere la fisica, non i miei viaggi o la colazione. Chiesi a un ragazzo di riprendermi con il telefono in verticale. Vedendo la reazione in rete, ho capito che la scuola poteva cambiare grazie alla comunicazione”.
“A scuola sono di casa. I nuovi studenti all’inizio sono timidi, poi si abituano. A volte mi chiedono selfie o autografi per i parenti a fine lezione. Tuttavia, l’essere ‘friendly’ scompare durante le interrogazioni. In fisica bisogna essere rigorosi; se non usano il linguaggio scientifico corretto, mi arrabbio. La conoscenza è una cosa seria e un professore deve anche saper mettere in difficoltà, perché è attraverso l’errore e il senso di inadeguatezza che si impara a superare i propri limiti”, ha aggiunto.
Secondo Schettini la figura del professore oggi è svilita: “Spesso ci si chiede a cosa serva studiare, una domanda senza senso. Alcuni genitori entrano troppo nel merito del percorso scolastico anziché rispettare il professionista. Non si è investito abbastanza sugli insegnanti, né economicamente né in termini di fiducia. La scuola è in affanno. Inoltre, si è fatto l’errore di pensare che il digitale portasse innovazione, ma i veri innovatori sono i professori. Un docente entusiasta compie miracoli anche solo con un pezzo di gesso. Abbiamo riempito le classi di schermi, ma abbiamo trascurato il fatto che a quattordici anni si è ancora bambini e lo smartphone può essere una distrazione terribile”.
E, sul divieto dei cellulari a scuola? “Sono stato uno dei primi a dire ‘meno male’. Vedo che le cose vanno meglio. Prima i ragazzi erano ‘drogati’ di cellulare; anche durante l’intervallo stavano sempre sui tablet o a mandare vocali. La scuola serve ad allenarsi a risolvere situazioni difficili e ad abituarsi anche all’insegnante più noioso, restando concentrati. Senza telefoni, i ragazzi si guardano di più negli occhi. La regola dice che devono essere spenti dall’ingresso all’uscita. Qualcuno cerca di fare il furbo mettendo un telefono vecchio nella cassetta e tenendo quello buono nello zaino, ma in generale la limitazione sta funzionando”.
“L’insegnamento cambierà molto. Molti insegnanti proporranno contenuti online, anche a pagamento. Dobbiamo uscire dal cliché che la cultura debba essere sempre gratuita. Se un metodo è buono, è giusto che diventi un prodotto accessibile. Io stesso ho acquistato corsi di inglese online perché ho riconosciuto il valore del metodo”, ha aggiunto.
E, sull’Intelligenza Artificiale applicata allo studio? “Mi preoccupa molto per i ragazzi. Sentire di studenti che chiedono a ChatGPT di scrivere un tema inserendo gli errori tipici di un quattordicenne per non farsi scoprire è inquietante. Gli studi dicono che otto studenti su dieci usano l’IA per i compiti perché ne hanno troppi. Ma facendo così non allenano il cervello. La resa dei conti arriva quando ti ritrovi all’università o a un colloquio di lavoro e non sai scrivere una mail o parlare. Io cerco di controllarli durante i compiti in classe, guardandoli con attenzione. Si capisce subito se una definizione è copiata da un’enciclopedia digitale perché non ha il loro linguaggio”.
Infine, ecco cosa pensa del dibattito sul togliere i voti a scuola: “Penso sia un errore gravissimo. Ho fatto un video diventato virale in cui dicevo che ‘i voti non contano’, nel senso che un brutto voto non definisce la persona, ma è solo il frutto di un processo temporaneo. Tuttavia, il voto deve esserci. È la misura del lavoro fatto. Nella vita verremo sempre valutati, non con i numeri ma con giudizi e opportunità negate. La scuola è una palestra di vita: devi imparare a gestire la gioia di un otto e la mortificazione di un quattro. Io tornai a casa distrutto per un 4 e mezzo in matematica, e mia madre mi disse di chiudermi in camera a studiare, non andò a contestare la professoressa”.