La scuola italiana, crocevia di speranze e frustrazioni, si trova oggi ad affrontare un paradosso sempre più evidente: il dibattito pubblico, ossessionato dalla retorica del merito, sembra ignorare una realtà fatta di disuguaglianze che si fanno ogni giorno più profonde.
Il professore Giancarlo Gasperoni, noto Sociologo dell’Educazione dell’Università di Bologna, è intervenuto più volte su questo tema cruciale durante un convegno tenutosi il 23 settembre 2025 presso l’Accademia delle Scienze di Bologna, spingendoci a guardare oltre la superficie per comprendere le sfide che attendono il nostro sistema educativo.
Gasperoni ha ricordato che la scuola non è solo un luogo di apprendimento, ma una fondamentale agenzia di socializzazione secondaria, la prima istituzione pubblica con cui l’individuo si confronta a lungo e con la quale l’interazione è più duratura. Questa sua molteplicità di funzioni – socializzante, politico-culturale, conoscitiva, socio-selettiva, certificativa e professionale – la espone a un “sovraccarico funzionale” che si è acuito con le sfide dei tempi moderni, dalla lotta alle fake news all’educazione sentimentale. Il professore ha sottolineato come la sequenza che un tempo vedeva la conclusione degli studi come tappa della transizione all’età adulta, precedente all’indipendenza economica e alla formazione di una famiglia, non sia più così tipica, e come l’efficacia della scuola sia forse decrescente di fronte all’impatto dei social media. Le “vecchie” sfide, come le molteplici funzioni del sistema scolastico, si interconnettono con problemi attuali, creando un quadro complesso e di difficile gestione. Il nodo cruciale risiede nel contrasto tra due visioni storiche dell’istruzione: quella dell’ascensore sociale basato sul merito, che vede l’istruzione come un investimento per un destino sociale migliore (tipica del liberalismo industriale e del concetto di capitale umano), e quella della riproduzione sociale, che la considera uno strumento per legittimare le differenze di origine. Il professore ha evidenziato come le famiglie, con le loro risorse materiali, culturali e sociali, continuino a essere una fonte determinante di vantaggio per i figli, aggravando il problema in un contesto di nuove povertà.
Questo fenomeno sembra colpire l’Italia più di altri paesi, con una scarsa incidenza di “top performers” e persistenti differenze legate a genere, territorio e status socio-economico degli immigrati, che arrivano ad assumere la forma di caratteristiche deterministiche e immodificabili. Le sfide che abbiamo di fronte sono immense e interconnesse. Il calo demografico, ad esempio, con le sue divergenze di tendenza e il calo della natalità, rischia di portare a scuole meno popolate e di ridimensionare ulteriormente la priorità dell’istruzione nel dibattito politico.
La transizione tecnologica e l’avanzare dell’Intelligenza Artificiale (AI), pur offrendo opportunità di personalizzazione dell’apprendimento, ripropongono vecchi dilemmi tra istruzione individualizzata e di gruppo. Gasperoni ha messo in luce come i passati fallimenti nell’implementazione di tecnologie a scuola, come le lavagne interattive o i MOOCs, debbano servire da monito. Il vero potenziale dell’AI potrebbe non risiedere nella didattica diretta, quanto piuttosto nello sgravare i docenti da compiti amministrativi o nell’analizzare contesti e comportamenti didattici per migliorare l’efficacia dell’insegnamento.
Non meno rilevante è la crisi della professione docente: un invecchiamento della categoria particolarmente marcato in Italia e Grecia, difficoltà di reclutamento, stipendi relativamente bassi, una stima sociale bassa e una carriera piatta contribuiscono al fenomeno del burnout. A ciò si aggiungono le sfide recenti come lo “choc esogeno” del Covid-19, che ha portato a un abbassamento dei livelli di competenza degli alunni, e l’estendersi di problemi di salute mentale tra i minorenni, in particolare dopo i conflitti internazionali e le tensioni internazionali che si stanno facendo sempre più presenti. I dati che emergono sono, a tratti, sconcertanti.
La spesa pubblica per l’istruzione in Italia si ferma al 3,9% del PIL, contro una media OCSE del 4,7%, testimoniando il calo di priorità politica. Eppure, paradossalmente, il 65% degli insegnanti in Italia e il 67% nei Paesi OCSE (dati TALIS) dichiarano che l’insegnamento è stata la loro prima scelta professionale. Questo dato apparentemente contraddittorio nasconde un profilo “estremo e debole” dei laureati in scienze dell’educazione, tra cui spicca una forte incidenza femminile (94%), una provenienza da contesti socio-economici di origine non laureata nell’81% dei casi, e il voto medio più basso di diploma tra tutti i gruppi disciplinari, ad eccezione di scienze motorie. Tali prospettive di lavoro, spesso non legate a una motivazione culturale ma professionalizzante, mostrano un elevato valore per l’utilità sociale, ma un basso valore per le prospettive di carriera, guadagno ed esperienze all’estero. Ulteriori dati ci fanno riflettere sulla complessità della situazione.
La ricerca educativa ci ha mostrato che i livelli di competenza dei quindicenni nei paesi OCSE sono sostanzialmente fermi, se non in peggioramento, da 10-15 anni, anche prima del Covid. Le spiegazioni sono molteplici: un cambiamento negli studenti, per effetto dell’immigrazione (spesso associata a condizioni socio-economiche svantaggiate), crescente povertà relativa, maggiore ansia e dipendenza dai dispositivi digitali. Ma anche l’implementazione di politiche educative inefficaci, una “policy fatigue” dovuta alla natura a lungo termine delle riforme necessarie. Parallelamente, un altro paradosso si manifesta: l’indebolimento del lavoro come fonte di identità individuale, soprattutto tra i giovani, che mostrano una maggiore propensione a part-time, lavoro ibrido e gig economy.
Si assiste anche a un’inquietante ripresa di atteggiamenti tradizionali sulle differenze di genere, come il pensiero che gli uomini abbiano più diritto al lavoro delle donne o che le madri lavoratrici siano un danno per i figli. Affrontare queste sfide richiede un coraggio intellettuale che superi la banalizzazione e si ancori al pensiero scientifico. Serve un nuovo patto sociale che rimetta al centro la scuola come fulcro di una società democratica, capace di coniugare qualità ed equità. Rivedere le politiche educative, investire in una formazione docente di qualità e valorizzare la professione sono i passi fondamentali per affrontare le incertezze del futuro. Il dibattito deve smettere di essere prigioniero di slogan e tornare a misurarsi con la realtà complessa che la scuola vive ogni giorno. In questo senso, la triangolazione di sguardi – dalla sociologia alla pedagogia, alla filosofia dell’educazione – non è solo un esercizio accademico, ma un’esigenza vitale per la salute del nostro sistema scolastico e della nostra democrazia.