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30.10.2025

Scuola senza voti: non è facile, ma si può fare

Monica Piolanti

Il panorama educativo italiano si trova da decenni in uno stato di tensione dialettica irrisolta, sospeso tra l’aspirazione costituzionale all’equità formativa e la pressante adesione a modelli valutativi intrinsecamente orientati alla selezione sociale.
In questo contesto di profonda crisi identitaria e di crescente enfasi sulla retorica del merito (spesso confuso con la performance e il privilegio di partenza), il sistema dei voti si erge come l’elemento architettonico più controverso e meno negoziabile.
Ne ha parlato il professore Cristiano Corsini, pedagogista di acclarata esperienza docimologica, tenutosi al Palazzo del Ridotto di Cesena il 25 ottobre scorso nell’ambito dell’Agorà Festival. L’intervento ha rappresentato un momento cruciale di discernimento critico, fornendo agli stakeholders dell’istituzione scolastica (docenti, dirigenti, studenti e famiglie) una cornice teorica rigorosa per comprendere l’utilità e, soprattutto, il danno della valutazione numerica.

La disamina di Corsini muove da una decostruzione semiotica del voto, definito come una semplice sintesi ordinale che comunica una valutazione. Questa semplicità è, a ben vedere, l’origine stessa della sua pericolosità.
Il voto, nella sua funzione di sintesi, fallisce nel rendere conto della complessità processuale dell’apprendimento; nel suo essere ordinale, stabilisce un rango gerarchico tra gli studenti, trasformando la scuola in un campo di competizione anziché in un ecosistema di cooperazione.

L’analisi storica, ripercorrendo documenti quali i “Cataloghi per le scuole elementari” di Torino del 1851 dimostra in modo incontrovertibile che la valutazione numerica ha una genealogia intrinsecamente selettiva. Non è nata come strumento diagnostico-formativo, ma come dispositivo burocratico e sociale per l’esclusione.
Il danno che i voti infliggono al mondo della scuola si articola su più livelli: a livello psicologico, il voto tende a spegnere la motivazione intrinseca e a sostituirla con l’ansia da performance e la ricerca del semplice incentivo estrinseco; a livello pedagogico, distoglie l’attenzione dello studente dalle indicazioni di miglioramento fornite dal docente, annullando l’efficacia del feedback descrittivo; a livello sociale, funge da potente apparato riproduttivo, in cui la correlazione tra status socio-economico familiare e voti alti si rivela statisticamente elevatissima, facendo sì che il privilegio di partenza venga certificato e legittimato come merito individuale dal sistema scolastico stesso.

A fronte di questo modello che potremmo definire di valutazione diseducativa-riproduttiva, si staglia il paradigma della valutazione autentica e formativa, concepita come una valutazione educativa-trasformativa. Il suo potenziale risiede nel riportare l’attenzione dal prodotto al processo, dal giudizio al riscontro.
Gli strumenti privilegiati non sono i numeri, ma i riscontri descrittivi – criteriali, tempestivi e orientativi – che valorizzano l’errore non come oggetto di penalizzazione, ma come risorsa epistemica essenziale per la costruzione della conoscenza.

La robustezza di questa prospettiva non è solo teorica, ma è suffragata da evidenze empiriche.
Uno studio condotto su 227 studenti di un biennio di un liceo che comparava l’uso del voto in itinere con quello dei riscontri descrittivi ha dimostrato che la variabile relativa alla scelta del metodo di valutazione (in itinere) correla con la variabile della qualità e dell’attivazione didattica con un coefficiente di 0,75, con una significatività statistica estremamente alta (sig. ,001).

Questo dato è di cruciale importanza: esso stabilisce un nexus valutativo-didattico inscindibile, dimostrando che la scelta valutativa non è neutrale, ma è il riflesso diretto della metodologia didattica adottata.
Una didattica che adotta la valutazione formativa è, per sua natura, più attiva, trasparente e focalizzata sul percorso di apprendimento, mentre il voto è spesso associato a una didattica trasmissiva e burocratizzata. Questa forte interdipendenza tra didattica e valutazione ci riconduce alla riflessione critica sui comportamenti e il pensiero dei docenti, spesso improntati a una preoccupante ripetitività.

La resistenza al cambiamento, al di là di ogni motivazione metodologica, affonda le sue radici nell’esercizio del potere. Il persistere nell’uso ossessivo del voto in itinere rappresenta, in molti casi, la manifestazione di un modello pedagogico autocratico o, nel migliore dei casi, di una monarchia costituzionale (dove i criteri vengono spiegati ma non negoziati).
Come acutamente sottolineato dalla critica, molti docenti appaiono ancora “affascinati dall’esercizio del potere e dall’autorità all’interno del loro regno in miniatura, la classe”.

La ripetitività sta nell’incapacità o nella riluttanza professionale ad adottare un modello democratico-partecipativo della valutazione, trasformando lo studente in un oggetto da misurare e non in un soggetto attivo e co-responsabile del proprio percorso. Il rifiuto di cedere il potere di sintesi “numerica” è il sintomo di un docente che preferisce misurare le proprie certezze (la correttezza della propria prova o interrogazione) piuttosto che il cambiamento e il progresso dello studente.
Le conclusioni ci impongono di guardare con lucidità ai problemi aperti sul crinale della valutazione in Italia.

Nonostante le raccomandazioni ministeriali e le evidenze scientifiche, la resistenza culturale e istituzionale al superamento del voto rimane l’ostacolo principale. Le previsioni indicano che il conflitto tra la spinta all’inclusione e la necessità di selezione (espressa in voti e classifiche) persisterà, soprattutto in un contesto sociale che esalta il ranking e l’iper-competitività. La vera sfida per la scuola del futuro non è semplicemente abolire il voto (un atto che da solo potrebbe essere una mera fuga in avanti senza la riforma didattica), ma de-potenziarlo progressivamente nel corso del processo di apprendimento, sostituendolo con una valutazione formativa rigorosa e significativa. La scuola deve, in sostanza, ritrovare il proprio mandato etico e trasformativo. Non si può concludere questa riflessione senza riaffermare l’appello pedagogico di Cristiano Corsini, che nel suo testo “La fabbrica dei voti” del 2025 (Ed. Laterza) cristallizza l’imperativo morale dell’istituzione educativa: «La scuola non dovrebbe limitarsi a riflettere la società, ma dovrebbe sfidarla. Se la società è gerarchica, la scuola deve contrastare quella gerarchia, non riprodurla. Se si accontenta di farlo, sbaglia due volte.»

Questo monito non è solo una critica alle politiche attuali, ma una vera e propria dichiarazione di intenti pedagogici. Accettare di riprodurre le gerarchie sociali certificate dal voto significa per la scuola tradire la propria missione democratica e fallire nel suo compito. Solo adottando una valutazione trasformativa, l’istituzione scolastica potrà diventare una forza di cambiamento e emancipazione, dimostrando di saper sfidare la disuguaglianza a partire dai banchi di scuola.

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