Partirò dal racconto di due aneddoti, che hanno entrambi a che fare con l’educazione e i compiti richiesti alla scuola. Il primo. Una mia amica, che dirigeva scuole dell’Infanzia, mi parlò un giorno di una bambina autistica, che veniva intrattenuta con le cosiddette “storie sociali”. Non ne sapevo nulla e le chiesi cosa fossero queste “storie sociali”.
Appresi che erano strumenti didattici nati per aiutare i piccoli con disturbi autistici a orientarsi in una situazione data. Ogni storia sociale “fornisce informazioni chiare, concise e accurate su quello che sta accadendo in una specifica situazione sociale, delineando perché sta accadendo e quale può essere una risposta adatta” – così la definizione. Siccome con parole mie non la saprei raccontare meglio, cito direttamente da un sito dedicato al problema: la storia sociale “ha un’introduzione (frasi descrittive), una parte centrale (frasi soggettive) e una conclusione (frasi direttive). Descrivono un contesto o un ambiente (es. La mia scuola ha tante stanze. Una stanza si chiama mensa. I bambini fanno la fila per andare in mensa); descrivono lo stato interiore, i sentimenti e le convinzioni della persona (es. Alcuni pensano che la fila della mensa sia troppo lunga e possono sentirsi nervosi. Anch’io a volte mi sento nervoso). Indicano in modo diretto qual è la risposta più adeguata in una certa situazione sociale (es. Cercherò di stare tranquillo nella fila per la mensa. Potrò parlare con un compagno o stringere la mano della maestra)”.
Forse per la mia spontanea avversione a tutto ciò che è estremamente codificato, la descrizione della “storia sociale” non mi convinse affatto. Non avendo comunque alcuna esperienza di bambini autistici, chiesi alla mia amica se le “storie” fossero ben accette ai piccoli, se ne traessero vantaggio, se le trovassero interessanti e anche se dessero loro un senso di rassicurazione e conforto, cosa che so essere importante nei casi di autismo. La risposta non mi stupì: le “storie sociali” potevano essere utili nei casi meno gravi, ma non sortivano nessun effetto positivo di rilievo, anche se le educatrici erano convinte si dovesse seguire quel protocollo. Una bimba particolarmente grave, invece, si calmava e sorrideva quando una collaboratrice scolastica le si avvicinava, le parlava con tranquillità e dolcezza e la trattava affettuosamente, senza seguire protocolli ma seguendo ciò che la sua sensibilità le suggeriva.
Secondo esempio: ho appreso da poco, da un amico docente, che nel Regno Unito, persino nelle università, si pratica da parte dei docenti la pastoral care. Letteralmente significa “cura pastorale” ma in questo caso non ha nulla a che fare con la religione. Per l’Università di Liverpool, per esempio, la pastoral care consiste nel fatto che ogni anno vengano affidati ai singoli docenti cinque o sei studenti, che avranno diritto ad un colloquio settimanale (sempre con lo stesso docente) durante il quale avranno modo di esporre i loro problemi personali, di parlare delle loro difficoltà, di richiedere eventualmente aiuto. Basta dare un’occhiata al sito dell’Università di Liverpool per vedere quanto, almeno formalmente, stia a cuore il benessere globale degli studenti (https://www.liverpool.ac.uk/studentsupport/staff-hub/).
La “guida di auto-aiuto” che si trova sul sito fornisce suggerimenti in caso di problemi legati all’alcol, all’abuso, alla depressione, all’ansia, al lutto, alla violenza domestica etc. Sono diciannove voci che contemplano altrettanti problemi. Insomma, dal punto di vista formale una sorta di barriera protettiva a tutto campo per ogni studente. Per completezza di informazione bisogna aggiungere che, sempre dal punto di vista formale, le università italiane non sono da meno. L’Università di Torino presenta, ad esempio, un’articolata mappa dei servizi su benessere e inclusione (https://www.unito.it/ateneo/benessere-parita-e-inclusione/benessere-parita-e-inclusione-mappa-dei-servizi).
Ma torniamo alla pastoral care: alla domanda se questo spiegamento di strumenti di supporto allo studente producesse effetti tangibili, la risposta è stato un tiepido “insomma”. Con la precisazione che, invece, se il contatto con lo studente è personale e fuori dalla gabbia istituzionale, la comunicazione è più diretta e la fiducia reciproca cresce.
A riprova che, tra esseri umani, la mediazione burocratica, l’irreggimentazione, il ridurre tutto a protocollo da seguire non sono una buona rete per portare a galla problemi che trovano le loro radici in profondità. L’istituzione non sempre è in grado di scandagliare le origini del disagio, non foss’altro perché non di rado quel disagio è originato proprio dalle istituzioni. A tutto questo si potrebbe obiettare che scuola e università fanno ciò che possono, con le risorse disponibili. Ma, sino a quando (almeno in Italia) le risorse a disposizione saranno esigue e quindi inadeguate, sino a quando, come pare accadrà nel prossimo anno scolastico, i dieci milioni di euro a disposizione del supporto psicologico alle scuole garantiranno la presenza di uno psicologo ogni quattro scuole, inutili aspettarsi risultati positivi.
Prendo i seguenti dati dal sito ISTAT: In aumento gli alunni con disabilità che frequentano le scuole italiane di ogni ordine e grado: quasi 359mila nell’anno scolastico 2023-2024, il 4,5% del totale degli iscritti (+6% rispetto al precedente anno scolastico), 75mila in più negli ultimi cinque anni (+26%). Cresce la quota di docenti per il sostegno con una formazione specifica: dal 63% al 73% in quattro anni, ma sono ancora molti gli insegnanti non specializzati (27%, nel Nord 38%) e l’11% viene assegnato in ritardo. Elevata la discontinuità nella didattica: più di un alunno su due (il 57% degli alunni con disabilità) ha cambiato insegnante per il sostegno da un anno all’altro, l’8,4% nel corso dello stesso anno scolastico.
Inoltre, rispetto all’anno scolastico 2018/2019 l’incremento di alunni con disabilità è stato del 26%. Anche un dato di primo acchito positivo e cioè l’incremento dei docenti di sostegno con formazione specifica può essere letto al contrario: in Italia il 27% degli insegnanti di sostegno non ha ancora una formazione adeguata.
Bisogna prendere atto di queste informazioni e interrogarsi seriamente sia sui motivi della crescita della disabilità sia sulla validità dei metodi con cui si cerca di aiutare gli studenti disabili. Al disagio degli studenti va a sommarsi quello degli insegnanti, spesso gravati da responsabilità cui non sanno far fronte, troppo di frequente lasciati a sbrogliarsela con problemi non adeguati alla loro capacità di intervento, con l’unico “supporto” di un ulteriore carico di lavoro burocratico legato alla presenza nella classe di studenti con difficoltà.
Per il momento, indicherei tre strade che mi sembra necessario imboccare. La prima è ben conosciuta: per affrontare il problema bisogna avere molte più risorse. La seconda è tanto fondamentale quanto complessa: bisogna tentare di ridurre le diseguaglianze socio-culturali che sono alla base del disagio.
La terza strada è difficile da comprendere per una società iper-specialistica come la nostra: la costruzione di buone relazioni tra esseri umani non può essere materia di specialisti, ma dovrebbe nascere da una propensione educativa che accomuni gli adulti (genitori, insegnanti, personale della scuola, adulti in generale).
Questa sorta di “programma massimo” non può essere realizzato dall’oggi al domani, ma dovrebbe, almeno, essere l’orizzonte verso il quale ci si muove collettivamente, nella consapevolezza che la scorciatoia burocratico-formale può dare ben pochi risultati.