È una di quelle notizie ricorrenti alle quali ci stiamo assuefacendo: sono troppi, in Italia, i bambini e gli adolescenti in sovrappeso. Periodicamente, per fortuna, una ricerca viene a ricordarcelo. L’ultima, in ordine di tempo, ce la presenta in questi giorni IlSole24Ore che pubblica i risultati del Rapporto sull’obesità in Italia, curato da Auxologico – Fondazione no profit riconosciuta come Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico dal 1972 – e presentato all’Università degli Studi di Suor Orsola Benincasa a Napoli.
La struttura di ricerca lancia l’ennesimo allarme: in Italia il 26,7% dei bambini e dei ragazzi tra i 3 e i 17 anni, dunque più di uno su quattro, è in sovrappeso, una condizione che riguarda più di un adolescente su tre in sette delle dieci regioni del mezzogiorno che sono ben sopra la media nazionale, con la Campania al 36,5% seguita da Calabria (35,8%), Basilicata (35%) e Sicilia (33,8%). Le percentuali più basse, al contrario, si osservano nelle Province autonome di Trento e Bolzano (15,1% e 17,4%), in Friuli-Venezia Giulia (18,4%) e in Lombardia (19,5).
Secondo il Rapporto, negli ultimi decenni l’obesità è in costante aumento a livello globale, tanto che ormai è considerata una vera e propria epidemia, con tutte le implicazioni che ciò comporta. Di conseguenza occorre un impegno importante in termini di salute e spesa pubblica, poiché la sindrome metabolica non affrontata e curata nei tempi e nelle modalità corrette presso centri sanitari specializzati, conduce inevitabilmente a complicanze che interessano praticamente tutti gli organi vitali del paziente affetto da obesità.
Ma curare non basta, la prima parola d’ordine, la più importante, è ‘prevenzione’. E questa si avvia in famiglia e a scuola, sin dalla primissima infanzia.
In tutte le scuole italiane i progetti di educazione alimentare non mancano: soprattutto a livello di primaria e secondaria di primo grado, il web è invaso da schede didattiche che illustrano i percorsi sviluppati dai bambini e dai più grandicelli.
Tuttavia, a nostro avviso, è nel biennio della secondaria di secondo grado che l’educazione alimentare dovrebbe continuare a essere praticata: i ragazzi e le ragazze crescono, non sono più dei bambini, si sentono ‘quasi adulti’ e di certo molto più autonomi rispetto al passato. Durante la ricreazione non è raro che la merenda – non esattamente alla base della piramide alimentare – sia ordinata dallo smartphone e arrivi a scuola con i rider grazie alle app di food delivery.
È, dunque, in questa fascia d’età che occorre premere l’acceleratore della prevenzione. Un esempio interessante arriva da Cagliari: al liceo statale “Eleonora D’Arborea”, è stato sviluppato, per le prime classi, un progetto dal titolo “E allora… Cibo! Finalmente non solo parole. Creatività e risorse della comunità educante”, che ha come finalità – si legge sul sito della scuola – l’incremento della consapevolezza circa il rapporto di ciascuno con il cibo e l’importanza del “nutrimento” nelle relazioni interpersonali. Il progetto non si rivolge soltanto agli studenti ma coinvolge anche la loro rete di riferimento adulta (genitori e docenti), dato che affronta il tema della relazione con il cibo sulla base della convinzione, scientificamente supportata, che la sua dimensione relazionale sia quella centrale per la salute e il benessere. Il progetto – continuano i docenti referenti – si muove come ricerca-azione partecipata, volta ad indagare alcuni aspetti relativi alle percezioni e alle abitudini alimentari dei ragazzi e delle ragazze per costruire un quadro, coerente e completo, della realtà negli specifici contesti e progettare un’esperienza significativa, creativa e funzionale a sostenerli e migliorare il rapporto con se stessi e con gli altri, riflettendo e progettando una migliore relazione con il proprio corpo e con l’alimentazione.
È, però, di fondamentale importanza che gli stessi docenti che si occupano di progetti del genere siano informati e formati nella Scienza dell’alimentazione, perché in caso contrario rischierebbero di fornire agli studenti indicazioni non del tutto scientificamente corrette. A questo proposito, ci permettiamo di consigliare la lettura di uno stimolante documento messo a punto dalla Fondazione Veronesi, nell’ambito di “Io Vivo Sano Alimentazione e DNA”, il suo progetto educativo sugli aspetti più innovativi della sana alimentazione pensato per le scuole.