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Aggiornato il 08.12.2025
alle 08:35

Stipendi, dopo Brunetta pure i dirigenti Arera tentano d’alzare il loro a 300mila euro annui: schiaffo per prof e Ata che prendono un decimo

Può un dirigente pubblico che già guadagna oltre 20mila euro al mese lordi decidere un bel giorno di auto-aumentarsi lo stipendio di altre migliaia di euro al mese? La risposta è scontata, ma è accaduto. Prima il tentativo è stato fatto dal presidente del Cnel, Renato Brunetta, che il mese scorso ha tentato di aumentare il proprio stipendio annuo da circa 250.000 a 310.000 euro: a Brunetta – che durante il suo Ministero alla Funzione Pubblica ha introdotto la cosiddetta “tassa” sulla malattia, con decurtazione automatica per che si assenta nel pubblico impiego per motivi di salute – l’assist è arrivato da una recente sentenza, prodotta lo scorso luglio dalla Consulta, che ha rimosso il tetto massimo di 240mila euro per gli stipendi dei dirigenti pubblici, introdotto nel 2014. La “mossa” de presidente del Cnel, però, è diventata presto di pubblico dominio, creando uno sdegno generale: anche la premier Giorgia Meloni ha espresso dissenso per un aumento (definendolo “non condivisibile”) che avrebbe portato l’ex ministro Renato Brunetta a guadagnare più o meno come il primo Presidente della Cassazione.

Anticipando una circolare in arrivo, a firma del ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo, che regolerà i salari dei dirigenti pubblici di alto livello rispettando le indicazioni della Corte Costituzionale, anche i vertici di Arera, l’Authority che vigila su Energia, Reti e Ambiente, hanno tentato la stessa strada: anche se hanno già incassato il massimo stipendio possibile per legge, circa 250mila euro anni, a una decina di giorni dal passaggio di mano, per essere sostituiti da nuovi commissari appena nominati dal Consiglio dei Ministri, il 25 novembre hanno provveduto ad approvare un allegato (il B) in calce alla delibera dal titolo “abrogazione del limite retributivo dei dipendenti pubblici“: viene chiesto, “in attesa di ulteriori approfondimenti normativi”, che vengano rideterminati e accantonati gli emolumenti dei cinque commissari. Il testo approvato parla di “variazione a copertura dei maggiori oneri per le indennità al Presidente e ai Componenti del Collegio dell’Autorità viene, pertanto, stimata in un aumento per un importo pari a 70.000,00 euro“.

L’incremento delle indennità – scoperchiato da articolo pubblicato su Il Messaggero e Il Mattino – dovrebbe essere “spalmato” sugli ultimi cinque mesi dell’anno, da agosto a dicembre 2025, perché la sentenza della Consulta che ha annullato il tetto retributivo dei manager pubblici risale a luglio scorso: si tratta di circa 2.800 euro in più al mese per ognuno dei commissari dell’Authority che regola le reti pubbliche.

Nel frattempo, però, è stato predisposto un parere giuridico. È stato utilizzato per l’Inps, che aveva deciso di adeguare le retribuzioni dei top manager al nuovo tetto: la scelta è stata bloccata spiegando che la decisione della Consulta non legittima un adeguamento automatico al rialzo. E per il momento anche gli aumenti dell’Arera sono accantonati.

Secondo Nicola Fratoianni, di Avs, è “un episodio poco dignitoso e insultante nei confronti degli italiani che fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese: un bel ceffone nei confronti del Paese e proprio da parte dei componenti di un’Autorità che non è riuscita affatto a tutelare le bollette delle famiglie e delle imprese”.

“Mentre aspettiamo di sapere cosa ne pensi la presidente del Consiglio e i suoi ministri, ci auguriamo che come già accaduto con Brunetta, questi signori – ha concluso il leader di SI – abbiano la decenza e la dignità di rinunciare a questo regalo di Natale ingiustificato che si sono fatti con i soldi dei cittadini”

“Il regalo di Natale che il consiglio dell’Arera in scadenza si è fatto fuori tempo massimo è indecoroso”, ha dichiarato la senatrice Iv, Raffaella Paita.

Secondo la senatrice di Italia Viva Silvia Fregolent, “il blitz dell’ultimo minuto dei commissari uscenti dell’Arera è scandaloso: un aumento di 70 mila euro approvato a fine mandato, peraltro nemmeno meritato visto i numerosi ricorsi al Tar persi e l’incapacità dimostrata nel vigilare davvero sulle bollette, è uno schiaffo in faccia a pensionati, giovani e alle famiglie che non arrivano a fine mese e per le quali non si sono trovate risorse adeguate in questa inutile manovra”. E ancora: “Ci dicono che non ci sono risorse per scuola, sanità, sicurezza, ma quando si tratta di alzarsi lo stipendio all’ultimo secondo, improvvisamente i soldi saltano fuori. Si chiedono sacrifici agli italiani e si concedono privilegi ai vertici”, ha concluso Fregolent.

E mentre i dirigenti pubblici cercano di incassare più possibile, nella PA c’è anche chi guadagna a fine mese stipendi dieci volte più bassi: come i lavoratori della scuola.

 della scuola risultano tra i dipendenti meno pagati della pubblica amministrazione. Pochi giorni fa l’Inps, riferendosi ai compensi del 2024, ha fatto sapere che gli stipendi di oltre un milione di lavoratori (in gran parte docenti e personale Ata a tempo indeterminato) che lavorano nei 7mila istituti scolastici (meglio evitare i precari perché farebbero “sballare” il banco) si collocano in media appena a 30.767 euro lordi annui (quindi circa 9mila euro in meno l’anno della media della PA): parliamo di somme che nella busta paga di fine mese a fatica superano in media 1.700 euro netti al mesementre chi è precario o risulta immesso in ruolo da poco si è attesta, purtroppo per i primi otto anni, a cifre che si aggirano sui 1.500 euro netti tra i docenti e tra i 1.200 e i 1.300 euro netti tra il personale Ata.

Uno stipendio che nelle grandi città, soprattutto del Nord, dove la vita è particolarmente cara, non permette certo di vivere nell’agio. Anzi, risulta molto vicino alla povertà di cui parla Maurizio Landini. E non può essere certo il 6% degli ultimi aumenti contrattuali (in media 80 euro netti) e rappresentare la svolta, soprattutto perché l’inflazione risulta galoppare nello stesso periodo al triplo della velocità.

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