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Stipendi in discesa, i sindacati si giocano la carta della detassazione di salario minimo e aumenti (se arriveranno)

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Il contratto è scaduto da sette mesi e non ci sono speranze perché si rinnovi a breve. Soprattutto, non vi sono i presupposti per vedere attuati quegli aumenti di stipendio a tre cifre di cui hanno parlato anche il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti all’indomani dell’accordo del 24 aprile scorso a Palazzo Chigi. Oltre un milione di dipendenti della scuola, tra docenti e Ata, si devono accontentare dell’indennità di vacanza contrattuale applicata a scaglioni tra aprile e lo stipendio di luglio, con incrementi comunque di pochi euro.

Il tam tam dei sindacati

Nel frattempo, continua il tam tam dei sindacati, che del resto fanno il loro “mestiere”. Su questo punto, è interessante l’intervento del segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, all’indomani dell’incontro tenuto delle organizzazioni maggiori con il presidente del Consiglio.

Partendo da quell’incontro e dai dati diffusi dall’Istat sulla frenata delle retribuzioni contrattuali a giugno, il sindacalista confederale ha detto che “se diminuisce il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, è il Paese nel suo insieme a pagarne le conseguenze”.

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Barbagallo (Uil): niente tasse sugli aumenti contrattuali

Barbagallo ha quindi ribadito la necessità “di riduzione delle tasse su lavoro e pensioni, così come l’abbiamo formulata nell’incontro di ieri a Palazzo Chigi”.

Per il leader della Uil, “oltre alla riduzione del cuneo fiscale, una delle soluzioni più pratiche, efficaci e senza aggravi aggiuntivi per il bilancio dello Stato sarebbe anche quella di detassare tutti gli aumenti contrattuali. Speriamo che il Governo voglia accogliere queste nostre richieste di buon senso ed efficaci per lo sviluppo del Paese”.

Cosa accadrebbe

In pratica, detassare gli aumenti significherebbe andare ad incrementare le retribuzioni in modo decisamente più sostanzioso: per capirci, i 100 euro lordi di cui si è parlato nei mesi scorsi, derivanti da un impegno finanziario pubblico non inferiore ai due miliardi di euro (di cui 1,4 ancora da reperire), verrebbero quasi tutti trasferiti nel cedolino dello stipendio, se si eccettua la parte che andrebbe comunque alla liquidazione e alla previdenza per l’accantonamento della pensione.

Confsal: aliquota zero per redditi fino a 16 mila euro

Di stipendi al palo ha parlato, nell’incontro con Conte, anche la delegazione della Confsal: secondo il leader, Angelo Raffaele Margiotta, non bisogna perseguire qualsiasi tassa sulla povertà o una tassa sulle basse retribuzioni, mente si dovrebbe puntare sulla detassazione del salario minimo legale.

L’aliquota zero per i redditi fino a 16.000 euro – ha precisato Margiotta- deve obbligatoriamente costituire il primo step dell’annunciata riforma per la riduzione del carico fiscale, denominata flat tax. Tassare i redditi da lavoro prossimi alla soglia di povertà e ai parametri dei low pay jobs è una bestemmia sociale”.

“Senza l’aliquota zero – ha proseguito il segretario Confsal – una riforma fiscale, anche con due aliquote semi-piatte (15 e 25%), risulterebbe una beffa per i redditi più bassi, che avrebbero un beneficio di poche centinaia di euro annui”.

Serafini (Snals): subito il tavolo negoziale

All’incontro di Palazzo Chigi c’era anche la segretaria generale dello Snals-Confsal, Elvira Serafini Snals–Confsal, che dopo il fermo no “ad ogni forma di autonomia differenziata che coinvolga l’istruzione”, ha chiesto al premier “l’immediata apertura del tavolo negoziale per il rinnovo del contratto, scaduto ormai da quasi otto mesi”.

Serafini ha quindi ricordato che il nuovo contratto dovrà prevedere il recupero del gap salariale con le retribuzioni europee e dovrà avere una parte normativa in grado di dare risposte adeguate alle istanze del personale dell’intero comparto istruzione e ricerca.

Tutte istanze che, ad oggi, rimangono solo buoni propositi.