In una scuola di Niscemi è nata una protesta da parte di ben duecento studenti. Il motivo? Il divieto di usare smartphone. Quello, lo sappiamo, proviene da una direttiva ministeriale. Ma una recente circolare della scuola vieta anche ai genitori di consegnare durante le lezioni cibo, bevande, libri, materiale didattico, chiavi e altri oggetti dimenticati a casa.
Come riporta La Repubblica, per la preside si tratta di “allenare i ragazzi alla vita fuori: il viavai di genitori e delegati crea caos” e costringe il personale Ata a spostarsi fra le aule, interrompendo le lezioni. Non portano soltanto cibo e acqua, spiega la dirigente, ma anche “occhiali da sole e vocabolari nei giorni dei compiti in classe”. Imparare a preparare ciò che serve prima di uscire è, per la dirigente, “parte del percorso educativo”.
“Non possono vietarci beni primari: alcuni genitori, sfollati dalla frana, non fanno in tempo a preparare panini e si trovano a doverli portare durante la mattinata”. E poi le uscite anticipate: i maggiorenni, riferiscono, devono chiedere l’autorizzazione entro le dieci e non possono più lasciare l’istituto semplicemente firmando. “Alle dieci non sai se subentreranno emergenze”, osserva un alunno. E ci sono i bagni: al megafono il rappresentante denuncia richieste respinte perché è troppo presto, c’è già stata la ricreazione o manca poco all’uscita. “Così diventa un sequestro di persona”, grida il rappresentante tra la folla.
“Così si rende l’ambiente ostile”, aggiunge lo studente, che condivide il divieto di cellulare durante le lezioni ma chiede di poter usare il telefono nella pausa di metà mattina.
Contestata anche la custodia: secondo gli studenti, i dispositivi vengono raccolti in cassette per ogni classe, facilmente apribili, e poi riposti in una cassaforte. Chiedono garanzie sulla sorveglianza, ma precisano che il telefono non è il punto principale della protesta: pesa l’accumulo dei divieti.