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Studentesse musulmane di Varese, sul web pioggia di commenti

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La notizia di alcune studentesse musulmane uscite dall’aula di una scuola di Varese, rifiutandosi di partecipare insieme ai compagni e all’insegnante al minuto di silenzio per commemorare la vittime degli attentati di Parigi, ha scatenato nel web una miriade di commenti pro e contro. Tra questi vogliamo evidenziare due commenti significativi, scritti da altrettante insegnanti:

1. mi soffermerei di più su come intavolare il dibattito con i ragazzi, che hanno molto bisogno di confrontarsi e capire, senza imporre alcuna idea (o peggio ideologia) e ricordando loro il valore della vita umana, della libertà, del rispetto dell’altro, dell’onestà, dell’impegno quotidiano attraverso l’ascolto ed il rifiuto di ogni forma di violenza e razzismo per la costruzione di un mondo migliore fondato sui valori dell’uguaglianza e della solidarietà. Insomma non sarebbe bello che questo tragico momento non si trasformasse in rabbia cieca e terrore, ma in lezione (dolorosa eppur preziosa) di vita?! Io penso che come insegnante la mia missione sia anche (e soprattutto) questa”.

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2. ragioniamo da insegnanti… io ci ho pensato su parecchio, sono anni che ci penso. Ho avuto allievi di ogni religione, credo, colore, diversità, “fiji de puta” e di papà… credo che il problema di fondo di questa falsa integrazione sia nello scarso orientamento legale e nazionale. Non tacciatemi di razzismo, per carità!!! Voglio dire che mi piacerebbe che a scuola fossero davvero tutti uguali, anche nel modo di vestire, almeno finché non saremo diventati così civili da accogliere con disinvoltura ogni tipo di manifestazione esteriore di carattere fideistico. Per il momento quella che ci appartiene e che si ostenta è, per esempio, il crocifisso. In qualche classe c’è già il chador sulla testa di qualche bambina… forse tra qualche tempo vedremo dei turbanti, dei fez, qualche kippah… e perché no, un burqa… non mi piace questa classe, dove i segni distintivi la fanno da padrone… tutto ciò è diabolico, perché separa, anziché unire”.