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Studiano fino alla laurea. Ma anche dopo i genitori continuano a pagare

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Il problema crescente dei giovani disoccupati non è solo dell’Italia, dove negli ultimi tre anni la percentuale di ragazzi senza occupazione è passata dal 21 al 29 per cento. In Spagna non trova lavoro quasi un giovane su due, circa il 43 per cento. Il problema è che molti di loro hanno completato il loro ciclo di studi, coronandolo spesso anche con la laurea. Andando così a smontare il mito del titolo di studio elevato equivalente ad un lasciapassare per trovare un impiego di rilievo. La verità è che a fronte della scarsa capacità di assorbimento da parte delle aziende, che nel nostro Paese sono alla vana ricerca di almeno 100.000 tecnici specializzati, questi giovani rimangono in prevalenza in famiglia, come se fossero degli adolescenti. E a volte esagerano. Pretendendo dalla famiglia aiuti esagerati, quasi a sopperire le difficoltà a trovare un impiego. In Spagna hanno catalogato questi giovani come la generazione “ni-ni”, “ni trabajo, ni estudio” (né lavoro né studio). E loro, i giovani disoccupati, non sembrano fare molto per staccarsi da dosso questa etichetta. Uno di loro, ha scritto il quotidiano britannico ‘The Telegraph’, qualche tempo fa ha portato i propri genitori addirittura in Tribunale: si tratta di un 25enne laureato in ‘Legge’ dell’Andalusia, che ha spiegato al magistrato che è un diritto avere una paga mensile di 400 euro fino a che non troverà un impiego adeguato al suo titolo di studio. Il magistrato gli ha dato ragione solo parzialmente: ha stabilito che per i prossimi due anni, per “aiutarlo nella sua emancipazione”, ha diritto a 200 euro al mese. Ma lo ha anche esortato ad “uscire da casa e trovarsi un impiego”. Ha considerato, in sintesi, che il giovane ha “sufficienti competenze e abilità per lavorare” e di non potersi aspettare che la famiglia lo sostenesse in eterno. Già nel 2007 un 22enne di Siviglia portò i genitori in tribunale chiedendo un aumento della sua paga mensile nonostante il padre fosse disoccupato; nell’occasione il tribunale gli diede torto ma stabilì che la famiglia dovesse pagare la retta universitaria e fornire il denaro per i libri.

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