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Sulle pensioni “Quota 96” ingiustizia è fatta

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Abbiamo seguito passo passo, dalla sua costituzione fino a oggi, la vicenda del Comitato “Quota 96” che una gelida, quanto intransigente, decisione della ministra al Lavoro, Elsa Fornero, ha escluso, all’atto della emanazione della legge che porta il suo nome, dai benefici della quiescenza per la dura, e nello stesso semplice, ragione che riguardava i lavoratori dell’ istruzione, il personale della scuola che, contrariamente al resto della pubblica amministrazione, gode di una sola finestra di uscita, coincidente appunto con la fine dell’anno scolastico: il 31 agosto.
E subito da tutti i siti internet di tutti i sindacati si gridò alla evidente ingiustizia dal momento che non si considerava la specificità di questi lavoratori, con le scadenze di ordine didattico e logistico, per cui non solo fu richiesto ufficialmente di spostare per loro il termine al 31 agosto, invece che tenerlo fermo al 31 dicembre, ma furono messi perfino a disposizione i relativi uffici legali per contrastare la legge: Flc-Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Gilda, Anief aprirono il contenzioso e, dopo una prima istanza al Tra del Lazio, hanno passato la pratica al giudice del lavoro che a giorni dovrebbe esprimersi.
Generosa e senza esclusione di colpi invece la battaglia del Comitato “Quota 96” che, tramite i suoi rappresentanti più attivi e disponibili, si è rivolto soprattutto alla senatrice Mariangela Bastico e all’on Manuela Ghizzoni, entrambe del Pd, che a loro volta, e a onor del vero, sono state le promotrici di tutti gli emendamenti presentati in Parlamento per dare giustizia a questi circa 3500 docenti buggerati da una legge che fra l’altro serve a dimostrare come qualunque certezza dall’oggi al domani venga macinata da ragion di stato alquanto discutibili.
 Infatti nessuno si è posto il problema che da parte di questi lavoratori, in attesa che si compisse la precedente legge Damiano sulle pensioni, si era pianificato un intimo, personale futuro con delle scelte di vita di struggente attesa, che coinvolgevano pure le famigli e i figli. 
Si sono voluti allungare, senza la minima considerazione perfino sulla psiche di questo personale, gli anni di permanenza al lavoro, dimostrando pure, da parte del governo, la scarsa considerazione che si ha sugli insegnanti e sulla scuola, non riflettendo nemmeno sul fatto che la “rendita” lavorativa, anche in termini i impegno e dedizione alla didattica, possa risultare scadente o quantomeno non più all’altezza delle attese.
Perché un fatto è bene tenere in conto: quale “produzione” potrà offrire per la scuola e per la società gente così bistrattata dal proprio datore di lavoro e al limite ormai delle proprie forze?
Insegnare, come è noto, non è solo ripetere delle nozioni, ma comporta miriadi di obblighi, comprese attenzioni, muove conoscenze, aggiornamenti, attività di giudizio e di giustizia, motivazioni forti, entusiasmo che se non vengono svolte con la dovuta serenità rischiano di fare danno, molto danno agli alunni.
E chi restituirà serenità professionale e entusiasmo a questi 3500 persone che si stanno rivolgendo ad avvocati, sindacati, politici e perfino alla stampa per ottenere giustizia?
 Si potrebbe obiettare che un professionista fa comunque il suo dovere, anche con la pistola puntata alla tempia. Ed è vero! Però loro si chiedono pure, di fronte a questa osservazione: e perché i professionisti della politica, che è l’arte più nobile per eccellenza visto che dalla politica tutto dipende, oltre a fare man bassa dei fondi dello Stato non rinunciano ai loro privilegi? E quanti privilegi? E quali privilegi?
E se a tutto questo si assomma la campagna denigratoria e offensiva condotta da alcuni anni contro i professori, il cerchio ci pare chiuso, come questa chiusura gelida attorno ai diritti di un manipolo di docenti delusi, molto delusi, dalla politica e dello Stato che loro ogni giorni hanno rappresentato di fonte ai loro alunni e alla società.

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