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Aggiornato il 26.02.2026
alle 00:48

I docenti fanno sempre lo stesso lavoro, con stipendi “piatti” e zero avanzamenti di carriera: come si demotiva un dipendente

Un avanzamento di carriera non si realizza sulla “carta”, ma deve determinare uno stipendio maggiorato, più autonomia o migliori opportunità di lavoro. Se non ci sono questi mutamenti positivi, allora si tratta di una progressione professionale fittizia, che può addirittura diventare improduttiva producendo ansie e frustrazioni non indifferenti. A confermare tutto questo è stato un recente sondaggio condotto su un campione di 1.000 lavoratori: dal reportGhost Growth de IlCVPerfetto, uno dei principali CV builder in Italia, risulta che il 65% degli intervistati ha rivelato che durante la propria carriera lavorativa ha vissuto una forma di crescita che era solo di facciata. E quasi la metà (il 49%) ha detto di percepire la propria carriera come ferma a un punto morto, nonostante la parvenza di crescita.

Così, i mancati aumenti stipendiali, le promozioni promesse ma di fatto bloccate, i riconoscimenti di stima ma mai nel concreto, alla fine portano solo tanta stanchezza e disillusione.

Secondo Jasmine Escalera, esperta di carriere per IlCVPerfetto: “La questione sta diventando sempre più preoccupante: quando il carico di lavoro aumenta senza benefici concreti, quando i percorsi di crescita restano solo parole su un foglio e le promesse non vengono rispettate, le persone si sentono demotivate. E mentre cala la motivazione, cresce il rischio di perdere i migliori talenti”.

Uno dei settori lavorativi dove risultano particolarmente sentite queste sensazioni, dove la demotivazione rischia di prevalere sui buoni propositivi lavorativi, ancora di più perché legata anche agli stipendi modesti, è proprio quello della scuola: a sentirsi in questo stato sono i docenti, in particolare, che nel 99,9 per cento dei casi svolgono gli stessi compiti per decenni.

Molti, almeno 100mila, certamente, si fanno carico di impegni ulteriori e incombenze extra-didattiche, collaborano attivamente con la dirigenza scolastica, si occupano di orientamento, fanno tutoraggio in entrata e in uscita, svolgono attività di raccordo con i genitori, con le istituzioni.

Nel corso degli anni, tutti gli insegnanti, di sicuro, hanno raddoppiato, forse triplicato, gli impegni imposti dalla burocrazia e da un’amministrazione centrale non sempre comprensiva del ruolo primario che svolgono.

Solo poche migliaia, dopo avere svolto almeno cinque anni di insegnamento, riescono a passare nei ruoli della dirigenza. Per gli altri, quasi un milione, rimane tutto come prima: neanche si è riusciti, a fine carriera, a dare loro la possibilità di diventare tutur dei nuovi assunti, alleggerendolo così di qualche ora a settimana il carico di insegnamento in classe.

Alcuni sindacati rappresentativi, come Cisl Scuola e Anief, probabilmente anche lo Snals-Confsal, hanno intenzione di portare il problema al tavolo delle trattative all’Aran, per il rinnovo del contratto 2025/27: per loro, i tempi di introdurre il cosiddetto middle management nella scuola sembrerebbe davvero arrivati. Tra i favorevoli ci sono anche diversi dirigenti scolastici e vicari, in particolare quelli che fanno capo ad Anp e Ancodis (che però non partecipano al confronto all’Aran).

Altre organizzazioni sindacali importanti, a partire da Flc-Cgil e Gilda degli insegnanti, probabilmente anche la Uil Scuola, non sono però dello stesso avviso: temono che gli avanzamenti di carriera possano in qualche modo inficiare il ruolo dell’insegnante libero.

Di sicuro, intanto, tutti i docenti italiani continuano a fare lo stesso medesimo lavoro di sempre. Senza possibilità alcuna di fare o intraprendere alcun tipo di carriera.

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