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15.10.2026
Aggiornato alle 00:39

Tra gli studenti torna l’interesse per l’Università, spopolano le telematiche: oltre 2 milioni di iscritti, ma dopo 6 anni la metà non sono ancora laureati

La forte riduzione del tasso demografico non sembra toccare gli atenei. Anzi, dopo la crisi esponenziale degli ultimi decenni, con il calo di interesse costante da parte dei neo diplomati verso gli studi accademici, complice anche il caro-tasse, i dati su matricole e iscrizioni universitarie ci dicono che la tendenza ha cambiato verso: scorrendo la Relazione annuale sui servizi pubblici 2026 del Cnel, presentata mercoledì 14 ottobre a Roma, si evince che nell’anno accademico 2024/25 le Università italiane hanno raggiunto il massimo storico di 2,05 milioni di iscritti: si tratta del 16,9% in più rispetto al 2018/1,  con il passaggio dalla scuola superiore all’Università contrassegnato da un confortante +64,8%, il valore più alto mai registrato. Praticamente, su tre ragazzi che si diplomano due decidono di iscriversi ad un corso universitario.

La vera novità, però, è che le “matricole” universitarie hanno portato iscrizioni “particolari”, perché, sottolinea l’Ansa, “a trainare la crescita sono gli atenei telematici, che quasi triplicano gli iscritti (+158,6%, contro il +5,7% delle statali) e salgono dal 6,8% al 15% del totale, ma con un abbandono tra primo e secondo anno del 18,8%, contro il 13,3% delle Università statali”.

Rimangono in vita, però, nel frattempo, i canonici ritardi rispetto agli altri Paesi: ad esempio, i laureati tra i 25 e i 34 anni si fermano al 31,6%, contro il 48,4% della media Ocse.

Non solo: a sei anni dall’immatricolazione in Italia si laurea appena il 56% degli studenti, contro il 70% della media Ocse. Anche in questo caso, purtroppo il ritardo non è trascurabile.

Sempre dalla Relazione annuale sui servizi pubblici 2026 del Cnel emerge poi che i professori universitari italiani risultano i più anziani d’Europa.

Sull’uso dell’intelligenza artificiale, la Relazione annuale dice che l’89% dei ragazzi tra 9 e 16 anni utilizza normalmente l’IA generativa, terzo valore in Europa contro una media Ue del 72%. Di contro, tra gli insegnanti la utilizza solo il 25%, contro il 36% della media Ocse.

Lo studio ha riguardato anche la Scuola. E ci sono dati confortanti: quello più importante riguarda l’abbandono precoce, che passa dal 14,7% del 2015 all’8,3%, come più volte preannunciato nelle scorse settimane dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara.

A questo proposito, nel corso della presentazione del Rapporto Invalsi 2026 alla Camera dei Deputati, sempre il ministro Giuseppe Valditara ha detto che sono “crollati gli abbandoni scolastici: dal 2022 abbiamo recuperato 520mila ragazzi che non andavano a scuola, che stavano per strada, che stavano a casa a non fare nulla”.

“Oltre a questo – ha aggiunto il titolare del Mim – sono aumentate anche le competenze al termine del percorso scolastico. Sono diminuiti gli studenti che non raggiungono le competenze richieste al termine dei tredici anni di scuola. Pensate che erano il 7% nel 2019, l’anno scorso il 6,3%. Le riforme che abbiamo avviato, il Decreto Caivano, Agenda Sud, il docente tutor, lo stesso Piano Estate: sono tutte riforme che ci hanno consentito di abbattere la dispersione esplicita, implicita, gli abbandoni e la carenza di competenze”, ha concluso Valditara.

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